
È naturalmente il corpo di Venere il parco più sexy dell’universo. Non tanto quello della Venere genitrix di cui scrive Lucrezio nell’incipit del De rerum natura, ma quello della dea, “bbonissima” come e più del pane, di cui scrivono tutti gli altri e, in particolare, William Shakespeare nel Venus and Adonis. “I’ll be a park and thou shalt be my deer” fa dire infatti il poeta all’olimpica e superlasciva femmina che si offre ad Adone – il quale per altro non la vuole, tutto preso com’è (anche lui) dai piaceri di quella vera e propria fissazione che è la caccia al cinghiale – “Feed where thou wilt, on mountain or in dale: / Graze on my lips, and if those hills be dry, / Stray lower; where the pleasant fountains lie”. Sono versi che solo a tentare di tradurli vengono i brividi: “Io sarò il tuo bosco (il tuo campo, il tuo prato, il tuo campo), e tu il mio cerbiatto; / Cibati dove più ti piace, per monti e per valli, / Bruca sulle mie labbra; e se troppo aridi fossero quei colli / girovaga più in basso dove si distendono le fonti del piacere”. Versi innocenti e spudorati insieme, digradanti, curvilinei, morbidi e teneri e umettati, eccitati dalla speranza di una jouissance di cui, naturalmente, nemmeno la dea dell’Amore riuscirà a godere [ma le parole che Shakespeare impiega per delineare la prospettiva di un tale godimento sono, comunque, "da sballo", specialmente se chi le ascolta è un cacciatore trasformato in preda protetta: "Entro questi confini è grande il sollievo / erbe dolci e grasse, alti e deliziosi pianori / dossi sinuosi, macchia ombrosa e dura / per darti riparo dalle piogge tempestose: / convinciti dunque a essere il mio cerbiatto e io sarò questa natura che ti ho detto: / nessun cane verrà qui a spaventarti, anche se saranno in mille ad abbaiare"]. Adone muore, ucciso dalla sua preda e, tanto per cambiare, trasformato in fiore.
A chi per lui divinamente spasima non resta che maledire amore e ammettere l’ineguagliabile e sempre spietata dolcezza del desiderio erotico. Che a formulare questa cocente equazione dell’amore e del dolore causato dal sottrarsi inevitabile dell’oggetto del desiderio sia proprio la dea dell’amore ha dato del filo da torcere a più di uno psicanalista, per non parlare dei loro analizzanti. Ma questi, è chiaro, sono prati mentali: se pur erba vi cresce dovrà essere quella metaforica della consapevolezza. I coltivi della realtà, invece, o i terreni incolti, le radure, i prati per i quali camminiamo noi in cerca di erbe da mangiare, non hanno il colore dell’avorio purissimo che ha il corpo di Venere, ma, imbre iuvante, un bel colore verde, oppure, se la pioggia è stata deludente, o se il terreno è tufaceo, un colore ingannevole come l’oro, o aspro e ferrigno come il vento che lo stordisce. Tali, o pressappoco tali, dovevano essere i giardini dell’Eden dove gli uomini trovarono il loro primo sostentamento.
In Genesi, 1,29-30, Dio affronta il problema dell’alimentazione assegnando erbe e frutti degli alberi all’uomo e lasciando agli animali soltanto le erbe: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli uccelli che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde”.
Una più netta distinzione di competenze eduli propone l’Inno ad Ammon-Ra:
Sei colui che ha creato tutte le cose, l’unico
che ha creato ciò che esiste,
dai cui occhi sono usciti tutti gli uomini,
dalla cui bocca hanno avuto origine gli dèi,
che produce il foraggio che nutre le greggi,
e gli alberi da frutto per gli uomini,
che crea ciò di cui vivono i pesci nella corrente,
e gli uccelli sotto il cielo,
che dà aria all’embrione nell’uovo,
che nutre i piccoli del verme,
che crea ciò di cui vivono le zanzare, e i serpenti e le mosche,
che crea ciò di cui hanno bisogno i topi nei loro buchi
e nutre gli uccelli su ogni albero.
Salute a te che hai creato tutto questo,
unico, con molte mani,
che veglia quando tutti gli uomini dormono,
e cerca il bene per il suo bestiame.
Ammone, il duraturo, Harakhte.
[Papiro di Bulaq, n. 117; Museo del Cairo. Età di Amenofi II, IV stanza. Vedi Letteratura e poesia dell'antico Egitto, a cura di E. Bresciani, Einaudi, Torino, 2007, pagg. 408-409. Questa netta separazione viene ripresa nel Salmo 104 (14mo versetto): "Tu [o Signore] fai crescere l’erba per il bestiame / e le piante perché la gente ne mangi, / fai uscire il cibo dalla terra / e il vino per allietare il cuore degli uomini / e l’olio per renderne radioso il volto, / e il pane per dar vigore al suo cuore”.
Preziosa, oltre all’accenno all’uso cosmetico dell’olio d’oliva, è la distinzione tra erba e piante destinata a pesare negativamente anche su quelle “piante” che crescono in mezzo all’erba e i cui frutti, maturando a stretto contatto con la terra, partecipano quindi del suo putrido grigiore (rispetto alla luminosità dei frutti degli alberi che maturano sospesi nell’aria). Perfino le fragoline di bosco, a noi oggi carissime, in tutti i sensi della parola, rimasero a lungo avvolte in questo disprezzo. Solo i miserabili potevano avere l’ardire (cioè il coraggio della disperazione) di cibarsene].
Proseguendo, il racconto biblico registra un ripensamento radicale, non si sa bene se di Dio stesso o, più plausibilmente, delle persone incaricate di tradurre in parole il suo volere, le quali, avendo capito Roma per Toma, ci informano che i sopravvissuti al diluvio non solo continueranno a mangiare l’erba, ma che adesso potranno cibarsi anche di carne (se macellata secondo criteri che si sono irrigiditi coi secoli) che fino a quel momento era sembrata out of the question: “Iddio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: “Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra, e incutete paura e terrore a tutti gli animali della terra e a tutti gli uccelli del cielo. Essi sono dati in vostro potere con tutto ciò che striscia sulla terra e con tutti i pesci del mare. Tutto ciò che si muove e che ha vita vi servirà di nutrimento: vi do tutto questo come vi detti l’erba verde; solo non mangerete carne che abbia ancora la vita sua, cioè il suo sangue” ” (Genesi, 9,1-7).
Un passo in avanti (o indietro) che, non moltissimi secoli dopo, avrebbe potuto dare una legittimazione metafisica (anche se, ovviamente, non richiesta) alle affermazioni di uno dei più grandi luminari della scienza medica nell’antichità, e cioè Galeno, secondo il quale “gli esseri umani non traggono nutrimento dall’erba, benché ciò avvenga negli animali, e però noi, in simile guisa, ne traiamo dalle radici, anche se non tanto quanto dalla carne; su quest’ultima le nostre facoltà naturali hanno dominio pressoché completo: essa viene assimilata, modificata e trasformata in utilissimo sangue, mentre solo una minima parte delle radici conviene al nostro organismo, e anche questa viene assimilata con difficoltà e grande fatica: si tratta, per la maggior parte, di sostanze superflue che scivolano via attraverso l’apparato digerente e solo in piccolissima parte confluiscono nelle vene e nel sangue” (Delle facoltà naturali, I, x).
Perentoriamente avrebbe dissentito Plutarco, il cui trattato Del mangiare carne è una vera e propria filippica contro quelli che imbandiscono “mense di corpi morti e corrotti”, danno “nome di manicaretti e di delicatezze a quelle membra che poco prima muggivano e gridavano, si muovevano e vivevano”. Il ragionamento di Plutarco si muove in senso contrario a quello dello scrittore della Bibbia: “Qualcuno potrebbe dire che i primi uomini a mangiare carne furono sollecitati dalla fame (…) non perché vivessero tra desideri illegittimi, né perché disponessero del necessario in abbondanza, essi pervennero a questa pratica, sfrenatamente abbandonandosi a inammissibili piaceri contro natura (…). Ma voi, uomini d’oggi, da quale follia e da quale assillo siete spronati ad aver sete di sangue (…). Perché commettete empietà contro Demetra legislatrice e disonorate Dioniso benigno, dio della vite coltivata, come se non vi venissero da loro doni a sufficienza?”.
Siffatti documenti dicono chiaramente che il dissidio tra i sostenitori della dieta vegetariana e i bisteccaioli è di vecchissima data. Nell’antichità mangiare carne diventava sovente un’occasione per spararle grosse: nel libro VII dell’Iliade, il gigantesco Aiace Telamonio si vede servire “l’immenso tergo del sacro bue” donatogli da Agamennone, in segno d’onore per il duello da lui sostenuto contro Ettore ed interrotto dal calar della notte. Ma queste sono bazzecole in confronto a quel che non potè l’appetito di quel superbo atleta che fu Milone di Crotone (VI secolo a.C.), il quale, secondo una leggenda messa in giro da Ateneo (Deipnosofisti, 10, 412), dopo aver atterrato ed ucciso un bue con un pugno, se lo caricò sulle spalle, lo portò a casa, lo fece arrostire e se lo mangiò, da solo, tutto intiero. Lo stesso – parlo del trasporto e non del pranzo – aveva fatto con il proprio monumento a Olimpia, secondo un’altra leggenda messa in giro questa volta da Pausania (Descrizione della Grecia, libro VI, XIV, 5-9).
In pieno Rinascimento, in campo opposto, brilla invece la figura di Leonardo da Vinci, la cui reputazione di artista vegetariano era così singolare e proverbiale che, in una lettera del 1516, scritta dal viaggiatore fiorentino Andrea Corsali, l’autore ci informa di essersi imbattuto, alla foce del fiume Indo, in popolazioni “che non si cibano di cosa alcuna che tenga sangue (…) come il nostro Leonardo da Vinci”. C’è da chiedersi se l’imbarazzo di dover dipingere una famosa cena a base di agnello non abbia in qualche modo contribuito, insieme al tormento estetico, a far sì che la realizzazione dell’affresco di Santa Maria delle Grazie si trascinasse per la bellezza di quattro anni (1495-1498).
Fatto sta che, per Leonardo, chi si cibava di carne animale doveva considerarsi alla stessa stregua di un cannibale, e come tale viene violentemente attaccato in un testo che accompagna uno studio anatomico conservato a Windsor. Con irata meraviglia Leonardo si domanda: “Or non produce natura tanti semplici frutti che tu ti possa saziare? E se non ti contenti de sempli, non pòi tu con la mistion di quelli, fare infiniti composti, come scrisse il Plàtina?”.
Una campana non dissimile suona in Inghilterra, alla fine del Seicento, per opera di John Evelyn che dedica un intero libro alle erbe da insalata: Acetaria, a Discourse of Sallets (“Cose acetose: il libro dell’insalata”). “L’uso delle piante” egli scrive “è di tale importanza per tutto il corso della nostra esistenza che non è possibile vivere adeguatamente e civilmente, e anzi vivere tout court senza di loro (…) e quanto più innocente, gustosa e salutifera è una tavola imbandita di prodotti ortolani di quella lordata dalla carne sanguinolenta di animali macellati: di certo per natura l’uomo non è un animale carnivoro (con buona pace di Galeno!): non è affatto attrezzato per inseguire ed ammazzare prede; non ha zanne acuminate e seghettate, né artigli ricurvi con cui lacerare e fare a pezzi: è dotato di mani gentili adatte alla raccolta della frutta e della verdura e di denti buoni per masticare questi cibi”. E poi, con una sterzata retorica di grande efficacia, conclude: “Del resto dell’uso di mangiare carne non si sente parlare dai tempi del Diluvio Universale…” (pagg. 110-111).
Un secondo conflitto, assai meno minaccioso del primo, percola, da queste pagine. Consiste nel diverso giudizio che gli scrittori esprimono nei riguardi delle piante spontanee e di quelle coltivate. Prima di affrontarlo credo che convenga ricordare brevemente che, in ambito giudeo-cristiano, agli inizi quanto meno di questa lunghissima ed infelicissima tradizione, l’agricoltura nasce come il risultato di una maledizione: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato “Non ne devi (proprio) mangiare”, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te, e mangerai l’erba campestre. Con il sudore della tua fronte ti procurerai il pane…” (Genesi, 3, 17-19). Sissignori, l’ira del Signore non conosce freni: l’uomo viene retrocesso al livello delle bestie (spine, cardi, erba campestre), dai quali potrà distinguersi solo mettendosi a lavorare come una bestia, per un pugno di spighe di grano.
Se però questa maledizione riusciamo per un istante a metterla da parte, scopriamo che in ambiti culturali diversi il passaggio dal raccogliere al coltivare è visto come una grande occasione per celebrare l’acutezza del cervello umano. Testimonianze di questo genere, che potremmo chiamare protoumanistiche, non sono rare in ambito greco-romano. L’orgoglio che esse comportano affiora anche in testi inaspettati, e comunque non dedicati allo specifico agroalimentare. Ne scegliamo due, lontanissimi tra di loro. Si legge nell’Antigone sofoclea, proprio all’inizio del secondo coro, che uno dei risultati di cui quel gran prodigio che è l’uomo può vantarsi consiste nel fatto di essere riuscito a spossare la più antica degli dèi, l’immortale Terra, l’infaticata, sollevando le zolle con aratri sollevati da cavalli. Secoli dopo, in un testo certamente meno fondamentale e, forse per questo, da un certo punto di vista, ancora più persuasivo, i Medicamina faciei feminae (“I cosmetici delle donne”), proprio all’inizio del poemetto, Ovidio esprime tutto il suo compiacimento per l’utilizzo cosmetico – altro che sudore della fronte! – delle piante coltivate: “La coltivazione ha imposto allo sterile suolo di pagare i prodotti di Cerere, e sono scomparsi i rovi spinosi; la coltivazione corregge anche nei frutti i gusti acerbi, e l’albero inciso per l’innesto riceve le doti di un altro” (vv. 3.6).
Il dibattito se le piante debbano potersi considerare tutte coltivabili o meno risale quanto meno a Teofrasto che è di opinione negativa e tira in ballo il filosofo Ipponatte, il quale è invece di opinione positiva. Teofrasto gli dà una mezza ragione e tira fuori un argomento che è di capitale importanza: “Dichiara dal canto suo Ipponatte che di ogni pianta esiste una specie coltivata e una specie selvatica, e che coltivata vuol dire semplicemente che la pianta è stata oggetto di cure, mentre selvatica vuol dire che queste cure non le ha ricevute. Egli ha in parte ragione, in parte torto. È vero senza dubbio che, lasciata a se stessa, una pianta si deteriora e diventa selvatica, ma non è vero che, grazie alle cure, una pianta diventi necessariamente migliore, come è stato detto” (Storia delle piante, III, II, 1-2).
Alla prova dei fatti, la forza di questa asserzione, sul piano dei sapori e delle virtù medicamentose, è verificabile ancor oggi, anzi soprattutto oggi che la coltivazione è preponderante e sostenuta da tecniche talmente invasive e chimicamente scellerate che non sono più infrequenti i casi in cui la pianta coltivata è all’origine di veri e propri avvelenamenti biologici. Come con gli hamburger.
Un facile confronto: provate a fare un’insalata con la rucola che avete raccolto voi stessi in un campo e paragonatene il gusto con quella che avete fatto cento volte con la rucola lavata e sterilizzata comprata al supermercato o anche all’erbivendolo sotto casa. Il commento che vi verrà spontaneamente alle labbra è facilmente prevedibile: “Non c’è paragone”.
Oltre che motivo di orgoglio, la coltivazione delle piante e delle erbe commestibili deve anche dirsi il risultato di una volontà politica ed economica. Risale ai tempi di Carlo Magno e del suo erede immediato Ludovico il Pio, il capitolare De Villis, ovvero una raccolta di 70 direttive per il governo e la gestione dei latifondi di proprietà dell’imperatore. Il testo è una selva di “vogliamo”: “Vogliamo che i nostri judices (massima autorità operante sul territorio) versino l’intera decima di ogni raccolto alle chiese”; “Vogliamo che ogni iudex tenga nel suo ministerio le misure dei moggi…”; “Vogliamo che ogni anno, durante la quaresima (…) facciano recapitare, come prescritto, il ricavato delle nostre coltivazioni dopo che ci avranno fatto conoscere per l’anno in corso a quanto ammonta la produzione” e così via. Preziosissima è l’ultima voce del catalogo in cui troviamo indicata “ogni possibile pianta che vogliamo sia coltivata nell’orto”, elenco che include oltre alle erbe facilmente immaginabili – come il fagiolo ed il rosmarino – il cardo, la rucola, la malva, la scilla, la cicoria, la menta, il mentastro, il papavero, la pastinaca, eccetera, ma non però la camomilla con cui ci avevano detto che le donne franche si schiarivano i capelli.
Non è che chi non veda, anche tra i più ostinati fautori del raccogliere, che l’idea di coltivare erbe di campo, che va di pari passo con l’attività (non si può dire industria) conserviera, non è affatto balzana, come non lo erano, del resto, molte delle idee che uscirono dalla capa dell’esimio imperatore, e tra le quali non figura però quella che lo condusse al ripudio di Ermengarda: ripudio che ci è costato, a dir poco, un Adelchi scritto dal Manzoni in lingua… longobarda! (cioè in un linguaggio talmente artefatto (il merti = “lo meriti”) che detrae gravemente da quel “godimento del testo” – e della sua eventuale messa in scena, come fece Carmelo Bene, ad esempio – cui si parteciperebbe volentieri, se l’Adelchi fosse stato scritto in quella lingua che lo stesso Manzoni avrebbe così felicemente, in seguito, contribuito a forgiare: l’italiano).
Leggendo il De Villis, oltretutto, si scopre che i carolingi, che saremmo propensi ad immaginare come carnivori a tutto raggio (con il biondo imperatore sempre a cavallo dietro a qualche cinghiale, come Adone e Asterix) fossero in realtà invischiati in una sorta di tresca amorosa con le piante eduli e officinali. Ne coltivavano di sicuro più di noi e si commuovevano al vederle crescere, così tenere e rugiadose, fino al punto che uno di loro, dal nome quanto mai singolare di Walafrido Strabo, ci ha scritto su delle bellissime poesie in esametri latini, e anzi un intero poemetto, un Hortulus, in sostanza, un orticello, e poco importa che l’ispirazione più che dall’odore del letame (che l’autore, peraltro, nell’incipit, ammette candidamente di maneggiare) gli venisse dal Virgilio delle Georgiche. Vi si leggono cose strabilianti a proposito, tra l’altro, del papavero.
Peccato che ad Alessandro Manzoni, che forse però si intendeva più di Longobardi che di Franchi, non sia venuta in mente quest’idea carolingia dell’orticultura. Avrebbe potuto farne parte ai contadini del contado di Lecco, stremati dalla carestia, e risparmiarsi le superpaternalistiche e umilianti (per lui) osservazioni che sciorina davanti agli occhi di Fra’ Cristoforo, nel capitolo IV dei suoi Promessi Sposi: “…la fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per il resto della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli uomini potevan vivere”. Ora questa fanciulla scarna, non si dubita che patisse la fame, ma l’insalata l’aveva certamente nell’orto (come Maramao), e se anche raccoglieva quella dei campi, lo faceva perché così era invalso da tempo immemorabile e non per recente acquisizione.
Certo è che, comunque stessero (e stiano) le cose, quest’idea carolingia del coltivare le erbe aveva sì a che fare con l’idea di un regime alimentare, ma a giudicare dalla presenza di piante non commestibili, come la scilla, ad esempio, anche con la rinnovata speranza di trovare nelle erbe rimedi alle magagne dell’organismo, insomma con la medicina. E nulla, o quasi, aveva a che fare con un programma di raffinatezza gastronomica. Per il manifestarsi di quest’ultima bisognerà attendere il Rinascimento e i suoi strascichi tipo esportazione. La distanza tra spontaneo e coltivato, sia sul piano nutritivo sia sul piano del gusto, doveva essere, oltretutto, assai minore in epoca ortolana di quanto non lo sia nella nostra epoca transgenica. Oggi, in effetti, tale distanza sembra incolmabile.
Già citato l’accenno leonardesco agli “infiniti composti” che si possono fare seguendo le formule del Platina – che a sua volta le aveva travasate da un inedito – ai tempi – manoscritto del Maestro Martino – e nelle quali, tuttavia, la distinzione tra spontaneo e coltivato è sensibilmente attutita. Nicholas Culpeper, che è medico e non pensa alla cucina, scrivendo in Inghilterra nel Seicento, nota invece la diversa efficacia officinale di ciò che cresce nei prati per conto proprio e di ciò che si fa crescere negli orti. Sul piano gastronomico la palla rimbalza di nuovo in Italia o quasi, nel senso che viene raccolta da un italiano all’estero, il modenese Giacomo Castelvetro (1546-1616), costretto all’esilio (come già lo zio Ludovico, il celebre studioso di Aristotele) dai “rabbiosi morsi della crudele et empia Inquisizione romanesca”. Nel suo Brieve racconto di tutte le radici, di tutte l’erbe, di tutti i frutti che crudi o cotti in Italia si mangiano si attenua ulteriormente la distanza tra spontaneo e coltivato e con piglio ormai decisamente culinario si pone l’enfasi, come il titolo dichiara esplicitamente, su ciò che conviene acconciare così com’è e ciò che, invece, è meglio sbollentare, lessare, gratinare eccetera. Il che significa, tra l’altro, che la pratica della coltivazione era acquisita per certe specie e quella della raccolta per altre… come voleva Teofrasto!
Castelvetro si rivolge ai suoi benefattori inglesi e, comprensibilmente, vista la sua condizione di esule, parla dell’Italia con una certa asprezza. Una volta sfogatosi, però, prende il sopravvento la nostalgia: e basta il ricordo di un sapore a fargli venir voglia di ispirare i suoi anfitrioni a cercare di riprodurlo. La molla pedagogica, direttamente collegata a quella dell’orgoglio per le proprie origini, scatta in lui osservando che pur essendosi gli inglesi, negli ultimi cinquant’anni, “apparati a seminare e a mangiare” piante che “prima erano (…) come cattive a mangiare sprezzate, e come nocive alla salute de’ corpi loro aborrite”, tralasciano tuttavia di seminarne molte altre che “pure non son men buone a mangiare né meno salutifere a’ corpi nostri”. E, anche nei casi in cui le piantano, lo fanno in realtà “non per voglia di cibarsene, ma sì più tosto spinti da vaghezza di riempire i colti loro di varie qualità d’erba”. How embarassing!
Sulla scia di questo più o meno plausibile primato italico di schietto stampo rinascimentale ed estesosi, durante il Cinquecento, dai campi noti dell’arte, della musica, della scienza politica e via discorrendo, a quello della gastronomia, il Castelvetro si mette a disquisire di insalate come del luogo specialissimo dove meglio si manifesta il talento nazionale. E siamo così scivolati, quasi senza accorgerci, al terzo ed ultimo punto importante: dopo il conflitto carno-vegetariano e dopo quello spontaneo-coltivo, ecco ora il conflitto italico-oltremontano. Sì, l’autore polemizza piuttosto con i tedeschi che con gli inglesi, parendogli forse di cattivo gusto criticare chi tutto sommato lo sostentava, ma, come si dice, sembra proprio che parli a suocera perché nuora intenda (o viceversa?). Sicché, tanto per incominciare, “non è assai l’aver molte buone erbe per fare che la insalata riesca buona”. L’importante è il know-how, la techné, la padronanza dell’arte.
“Laonde dico” continua “che conta molto a saperla lavare e poi condirla, essendo che molte cucinatrici e cuochi oltremontani, avendo l’erbe preste a lavare, quelle in un secchio pieno d’acqua (…), e dopo averle in quello un poco dimenate e slavacchiate, non le tirino fuori di là colle mani, ma colino l’acqua, il che fa che la rena, che attorno l’erbe vi sta, vi rimanga, onde nel mangiarsi poi l’insalata, si sente con non picciol noia sotto i denti…”.
Quanto poi al condire, anche qui l’operazione è complessa e non si può ridurre a gesti di ordinaria desolazione. Le erbe “bene sgocciolate e alquanto asciutte, (…) si pongono nel piatto ove prima un poco di sale sia, e in porvi le erbe vi si dèe andare spargendo sopra del sale e, dopo, l’olio con larga mano; e ciò fatto, si vogliono rivolgere molto bene con le dita ben monde, ovvero col coltello e con la forchetta, ch’è più graziosa maniera; e questo si fa acciò che ogni foglia pigli l’olio, non fare come i Tedeschi e altre straniere generazioni fanno, li quali, appresso avere un po’ poco l’erbe lavate, in un mucchio le mettono nel piatto e su vi gittano un poco di sale e non molto olio, ma molto aceto, senza mai rivolgerla, non avendo eglino altra mira che di piacere all’occhio: ma noi Italici abbiam più riguardo di piacere a monna bocca”.
È difficile dire se la superiorità italica vantata, esplicitamente, dal Castelvetro sia in qualche modo ragionevole. Si sa già, in realtà, quanto fossero ben forniti di erbe commestibili gli orti medioevali; e non solo, c’è da credere, quelli che godevano di una tutela imperiale. A questo si deve aggiungere che la più antica ricetta per insalata giunta fino a noi è stata proprio concepita in Inghilterra, intorno al 1390: “Prendi prezzemolo, salvia, i getti verdi della pianta dell’aglio, scalogni, cipolle, porri, borragine, menta, porri novelli, finocchio, crescione, ruta, rosmarino, portulaca: lavale bene. Mondale. Falle a pezzi con le mani e mescolale con olio crudo; versa aceto e sale, e poi servi”. A scriverla sono stati i maestri cuochi di Riccardo II (1367-1400), il quale oltre che per la fama di viandier e di gourmet di cui testimonia il ricettario The Forme of Cury ha acquisito celebrità presso i posteri grazie a William Shakespeare che le tragiche vicende di quel re scelse come argomendo di uno dei suoi drammi più rinomati.
Detto questo non è impensabile che, in Inghilterra, le erbe a tavola abbiano conosciuto degli alti e bassi e che il Castelvetro sia intervenuto in un momento di vento favorevole alle sue affermazioni. Il viaggiatore inglese Robert Dallington, nel suo A Survey of the Great Duke’s State of Tuscany. In the Year of our Lord 1596 aveva infatti enfaticamente segnalato (e socialmente colorato) una ventina d’anni prima che il Castelvetro la reclamasse come tipica del suo paese natale, questa predilezione italica per l’insalata: “A proposito di erbaggi basterà ch’io dica questo, che in Toscana l’insalata è il cibo più comune, ed è presente sulla tavola di quel paese come da noi il sale. Se ne ciba ogni qualità di persone, in ogni stagione dell’anno: i ricchi perché hanno di tutto ed i poveri perché non hanno altra scelta. E anche molti religiosi ne mangiano per via dei voti che hanno fatto…”.
Un’eco di questa, più o meno presunta, passione italica per l’insalata rimane forse nell’espressione Italian dressing che, negli Stati Uniti, indica un’emulsione per insalata a base di acqua, olio, aceto o succo di limone, sale, pepe, cipolla tritata, peperoni, zucchero (non sempre), più aglio, origano, finocchio o aneto. È necessario aggiungere che questo popolarissimo condimento d’oltre Atlantico è sconosciuto nel paese da cui prende il nome?
Armati di questi dubbi, rientriamo velocemente nei confini del discorso concludendo con due osservazioni di Emilio Faccioli per una sua introduzione al Brieve racconto del Castelvetro: “È tuttora comune a molti il piacere di coltivare in proprio le verdure di consumo familiare e tuttora esiste, benché sempre più raro, il diletto della ricerca camminante di erbe che crescono spontanee; esiste il piccolo vanto di saperle riconoscere e mostrarsi abili nel farne piatti d’invidiata squisitezza. (…) Erbe, frutti e radici sanno esercitare nell’animo di colui che le avverse vicende della vita hanno costretto a non poter goderne quanto vorrebbe e che solamente a nominarle, a rivederle e ad assaporarle nell’immaginazione, sente destarsi il ricordo del luogo nativo e delle consuetudini domestiche alle quali è legata tutta la dolcezza di un tempo perduto”.
[mio adattamento da L. Ballerini, Erbe da Mangiare, Mondadori]



















