dominaverde

la piccola rivoluzione verde di una donna in Italia oggi, una donna cicurara e lampasciunara da sempre, e raccoglitrice

Mangiare erba non significa brucare 02/06/2011

Filed under: cucina,Erbe,libertà,libri,natura,ricette,tradizioni — eleonoramatarrese @ 18:40

È naturalmente il corpo di Venere il parco più sexy dell’universo. Non tanto quello della Venere genitrix di cui scrive Lucrezio nell’incipit del De rerum natura, ma quello della dea, “bbonissima” come e più del pane, di cui scrivono tutti gli altri e, in particolare, William Shakespeare nel Venus and Adonis. “I’ll be a park and thou shalt be my deer” fa dire infatti il poeta all’olimpica e superlasciva femmina che si offre ad Adone – il quale per altro non la vuole, tutto preso com’è (anche lui) dai piaceri di quella vera e propria fissazione che è la caccia al cinghiale – “Feed where thou wilt, on mountain or in dale: / Graze on my lips, and if those hills be dry, / Stray lower; where the pleasant fountains lie”. Sono versi che solo a tentare di tradurli vengono i brividi: “Io sarò il tuo bosco (il tuo campo, il tuo prato, il tuo campo), e tu il mio cerbiatto; / Cibati dove più ti piace, per monti e per valli, / Bruca sulle mie labbra; e se troppo aridi fossero quei colli / girovaga più in basso dove si distendono le fonti del piacere”. Versi innocenti e spudorati insieme, digradanti, curvilinei, morbidi e teneri e umettati, eccitati dalla speranza di una jouissance di cui, naturalmente, nemmeno la dea dell’Amore riuscirà a godere [ma le parole che Shakespeare impiega per delineare la prospettiva di un tale godimento sono, comunque, "da sballo", specialmente se chi le ascolta è un cacciatore trasformato in preda protetta: "Entro questi confini è grande il sollievo / erbe dolci e grasse, alti e deliziosi pianori / dossi sinuosi, macchia ombrosa e dura / per darti riparo dalle piogge tempestose: / convinciti dunque a essere il mio cerbiatto e io sarò questa natura che ti ho detto: / nessun cane verrà qui a spaventarti, anche se saranno in mille ad abbaiare"]. Adone muore, ucciso dalla sua preda e, tanto per cambiare, trasformato in fiore.

A chi per lui divinamente spasima non resta che maledire amore e ammettere l’ineguagliabile e sempre spietata dolcezza del desiderio erotico. Che a formulare questa cocente equazione dell’amore e del dolore causato dal sottrarsi inevitabile dell’oggetto del desiderio sia proprio la dea dell’amore ha dato del filo da torcere a più di uno psicanalista, per non parlare dei loro analizzanti. Ma questi, è chiaro, sono prati mentali: se pur erba vi cresce dovrà essere quella metaforica della consapevolezza. I coltivi della realtà, invece, o i terreni incolti, le radure, i prati per i quali camminiamo noi in cerca di erbe da mangiare, non hanno il colore dell’avorio purissimo che ha il corpo di Venere, ma, imbre iuvante, un bel colore verde, oppure, se la pioggia è stata deludente, o se il terreno è tufaceo, un colore ingannevole come l’oro, o aspro e ferrigno come il vento che lo stordisce. Tali, o pressappoco tali, dovevano essere i giardini dell’Eden dove gli uomini trovarono il loro primo sostentamento.

In Genesi, 1,29-30, Dio affronta il problema dell’alimentazione assegnando erbe e frutti degli alberi all’uomo e lasciando agli animali soltanto le erbe: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli uccelli che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde”.
Una più netta distinzione di competenze eduli propone l’Inno ad Ammon-Ra:

Sei colui che ha creato tutte le cose, l’unico
che ha creato ciò che esiste,

dai cui occhi sono usciti tutti gli uomini,
dalla cui bocca hanno avuto origine gli dèi,
che produce il foraggio che nutre le greggi,
e gli alberi da frutto per gli uomini,
che crea ciò di cui vivono i pesci nella corrente,
e gli uccelli sotto il cielo,
che dà aria all’embrione nell’uovo,
che nutre i piccoli del verme,
che crea ciò di cui vivono le zanzare, e i serpenti e le mosche,
che crea ciò di cui hanno bisogno i topi nei loro buchi
e nutre gli uccelli su ogni albero.
Salute a te che hai creato tutto questo,
unico, con molte mani,
che veglia quando tutti gli uomini dormono,
e cerca il bene per il suo bestiame.
Ammone, il duraturo, Harakhte.

[Papiro di Bulaq, n. 117; Museo del Cairo. Età di Amenofi II, IV stanza. Vedi Letteratura e poesia dell'antico Egitto, a cura di E. Bresciani, Einaudi, Torino, 2007, pagg. 408-409. Questa netta separazione viene ripresa nel Salmo 104 (14mo versetto): "Tu [o Signore] fai crescere l’erba per il bestiame / e le piante perché la gente ne mangi, / fai uscire il cibo dalla terra / e il vino per allietare il cuore degli uomini / e l’olio per renderne radioso il volto, / e il pane per dar vigore al suo cuore”.
Preziosa, oltre all’accenno all’uso cosmetico dell’olio d’oliva, è la distinzione tra erba e piante destinata a pesare negativamente anche su quelle “piante” che crescono in mezzo all’erba e i cui frutti, maturando a stretto contatto con la terra, partecipano quindi del suo putrido grigiore (rispetto alla luminosità dei frutti degli alberi che maturano sospesi nell’aria). Perfino le fragoline di bosco, a noi oggi carissime, in tutti i sensi della parola, rimasero a lungo avvolte in questo disprezzo. Solo i miserabili potevano avere l’ardire (cioè il coraggio della disperazione) di cibarsene].

Proseguendo, il racconto biblico registra un ripensamento radicale, non si sa bene se di Dio stesso o, più plausibilmente, delle persone incaricate di tradurre in parole il suo volere, le quali, avendo capito Roma per Toma, ci informano che i sopravvissuti al diluvio non solo continueranno a mangiare l’erba, ma che adesso potranno cibarsi anche di carne (se macellata secondo criteri che si sono irrigiditi coi secoli) che fino a quel momento era sembrata out of the question: “Iddio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: “Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra, e incutete paura e terrore a tutti gli animali della terra e a tutti gli uccelli del cielo. Essi sono dati in vostro potere con tutto ciò che striscia sulla terra e con tutti i pesci del mare. Tutto ciò che si muove e che ha vita vi servirà di nutrimento: vi do tutto questo come vi detti l’erba verde; solo non mangerete carne che abbia ancora la vita sua, cioè il suo sangue” ” (Genesi, 9,1-7).

Un passo in avanti (o indietro) che, non moltissimi secoli dopo, avrebbe potuto dare una legittimazione metafisica (anche se, ovviamente, non richiesta) alle affermazioni di uno dei più grandi luminari della scienza medica nell’antichità, e cioè Galeno, secondo il quale “gli esseri umani non traggono nutrimento dall’erba, benché ciò avvenga negli animali, e però noi, in simile guisa, ne traiamo dalle radici, anche se non tanto quanto dalla carne; su quest’ultima le nostre facoltà naturali hanno dominio pressoché completo: essa viene assimilata, modificata e trasformata in utilissimo sangue, mentre solo una minima parte delle radici conviene al nostro organismo, e anche questa viene assimilata con difficoltà e grande fatica: si tratta, per la maggior parte, di sostanze superflue che scivolano via attraverso l’apparato digerente e solo in piccolissima parte confluiscono nelle vene e nel sangue” (Delle facoltà naturali, I, x).

Perentoriamente avrebbe dissentito Plutarco, il cui trattato Del mangiare carne è una vera e propria filippica contro quelli che imbandiscono “mense di corpi morti e corrotti”, danno “nome di manicaretti e di delicatezze a quelle membra che poco prima muggivano e gridavano, si muovevano e vivevano”. Il ragionamento di Plutarco si muove in senso contrario a quello dello scrittore della Bibbia: “Qualcuno potrebbe dire che i primi uomini a mangiare carne furono sollecitati dalla fame (…) non perché vivessero tra desideri illegittimi, né perché disponessero del necessario in abbondanza, essi pervennero a questa pratica, sfrenatamente abbandonandosi a inammissibili piaceri contro natura (…). Ma voi, uomini d’oggi, da quale follia e da quale assillo siete spronati ad aver sete di sangue (…). Perché commettete empietà contro Demetra legislatrice e disonorate Dioniso benigno, dio della vite coltivata, come se non vi venissero da loro doni a sufficienza?”.

Siffatti documenti dicono chiaramente che il dissidio tra i sostenitori della dieta vegetariana e i bisteccaioli è di vecchissima data. Nell’antichità mangiare carne diventava sovente un’occasione per spararle grosse: nel libro VII dell’Iliade, il gigantesco Aiace Telamonio si vede servire “l’immenso tergo del sacro bue” donatogli da Agamennone, in segno d’onore per il duello da lui sostenuto contro Ettore ed interrotto dal calar della notte. Ma queste sono bazzecole in confronto a quel che non potè l’appetito di quel superbo atleta che fu Milone di Crotone (VI secolo a.C.), il quale, secondo una leggenda messa in giro da Ateneo (Deipnosofisti, 10, 412), dopo aver atterrato ed ucciso un bue con un pugno, se lo caricò sulle spalle, lo portò a casa, lo fece arrostire e se lo mangiò, da solo, tutto intiero. Lo stesso – parlo del trasporto e non del pranzo – aveva fatto con il proprio monumento a Olimpia, secondo un’altra leggenda messa in giro questa volta da Pausania (Descrizione della Grecia, libro VI, XIV, 5-9).

In pieno Rinascimento, in campo opposto, brilla invece la figura di Leonardo da Vinci, la cui reputazione di artista vegetariano era così singolare e proverbiale che, in una lettera del 1516, scritta dal viaggiatore fiorentino Andrea Corsali, l’autore ci informa di essersi imbattuto, alla foce del fiume Indo, in popolazioni “che non si cibano di cosa alcuna che tenga sangue (…) come il nostro Leonardo da Vinci”. C’è da chiedersi se l’imbarazzo di dover dipingere una famosa cena a base di agnello non abbia in qualche modo contribuito, insieme al tormento estetico, a far sì che la realizzazione dell’affresco di Santa Maria delle Grazie si trascinasse per la bellezza di quattro anni (1495-1498).

Fatto sta che, per Leonardo, chi si cibava di carne animale doveva considerarsi alla stessa stregua di un cannibale, e come tale viene violentemente attaccato in un testo che accompagna uno studio anatomico conservato a Windsor. Con irata meraviglia Leonardo si domanda: “Or non produce natura tanti semplici frutti che tu ti possa saziare? E se non ti contenti de sempli, non pòi tu con la mistion di quelli, fare infiniti composti, come scrisse il Plàtina?”.
Una campana non dissimile suona in Inghilterra, alla fine del Seicento, per opera di John Evelyn che dedica un intero libro alle erbe da insalata: Acetaria, a Discourse of Sallets (“Cose acetose: il libro dell’insalata”). “L’uso delle piante” egli scrive “è di tale importanza per tutto il corso della nostra esistenza che non è possibile vivere adeguatamente e civilmente, e anzi vivere tout court senza di loro (…) e quanto più innocente, gustosa e salutifera è una tavola imbandita di prodotti ortolani di quella lordata dalla carne sanguinolenta di animali macellati: di certo per natura l’uomo non è un animale carnivoro (con buona pace di Galeno!): non è affatto attrezzato per inseguire ed ammazzare prede; non ha zanne acuminate e seghettate, né artigli ricurvi con cui lacerare e fare a pezzi: è dotato di mani gentili adatte alla raccolta della frutta e della verdura e di denti buoni per masticare questi cibi”. E poi, con una sterzata retorica di grande efficacia, conclude: “Del resto dell’uso di mangiare carne non si sente parlare dai tempi del Diluvio Universale…” (pagg. 110-111).

Un secondo conflitto, assai meno minaccioso del primo, percola, da queste pagine. Consiste nel diverso giudizio che gli scrittori esprimono nei riguardi delle piante spontanee e di quelle coltivate. Prima di affrontarlo credo che convenga ricordare brevemente che, in ambito giudeo-cristiano, agli inizi quanto meno di questa lunghissima ed infelicissima tradizione, l’agricoltura nasce come il risultato di una maledizione: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato “Non ne devi (proprio) mangiare”, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te, e mangerai l’erba campestre. Con il sudore della tua fronte ti procurerai il pane…” (Genesi, 3, 17-19). Sissignori, l’ira del Signore non conosce freni: l’uomo viene retrocesso al livello delle bestie (spine, cardi, erba campestre), dai quali potrà distinguersi solo mettendosi a lavorare come una bestia, per un pugno di spighe di grano.
Se però questa maledizione riusciamo per un istante a metterla da parte, scopriamo che in ambiti culturali diversi il passaggio dal raccogliere al coltivare è visto come una grande occasione per celebrare l’acutezza del cervello umano. Testimonianze di questo genere, che potremmo chiamare protoumanistiche, non sono rare in ambito greco-romano. L’orgoglio che esse comportano affiora anche in testi inaspettati, e comunque non dedicati allo specifico agroalimentare. Ne scegliamo due, lontanissimi tra di loro. Si legge nell’Antigone sofoclea, proprio all’inizio del secondo coro, che uno dei risultati di cui quel gran prodigio che è l’uomo può vantarsi consiste nel fatto di essere riuscito a spossare la più antica degli dèi, l’immortale Terra, l’infaticata, sollevando le zolle con aratri sollevati da cavalli. Secoli dopo, in un testo certamente meno fondamentale e, forse per questo, da un certo punto di vista, ancora più persuasivo, i Medicamina faciei feminae (“I cosmetici delle donne”), proprio all’inizio del poemetto, Ovidio esprime tutto il suo compiacimento per l’utilizzo cosmetico – altro che sudore della fronte! – delle piante coltivate: “La coltivazione ha imposto allo sterile suolo di pagare i prodotti di Cerere, e sono scomparsi i rovi spinosi; la coltivazione corregge anche nei frutti i gusti acerbi, e l’albero inciso per l’innesto riceve le doti di un altro” (vv. 3.6).

Il dibattito se le piante debbano potersi considerare tutte coltivabili o meno risale quanto meno a Teofrasto che è di opinione negativa e tira in ballo il filosofo Ipponatte, il quale è invece di opinione positiva. Teofrasto gli dà una mezza ragione e tira fuori un argomento che è di capitale importanza: “Dichiara dal canto suo Ipponatte che di ogni pianta esiste una specie coltivata e una specie selvatica, e che coltivata vuol dire semplicemente che la pianta è stata oggetto di cure, mentre selvatica vuol dire che queste cure non le ha ricevute. Egli ha in parte ragione, in parte torto. È vero senza dubbio che, lasciata a se stessa, una pianta si deteriora e diventa selvatica, ma non è vero che, grazie alle cure, una pianta diventi necessariamente migliore, come è stato detto” (Storia delle piante, III, II, 1-2).

Alla prova dei fatti, la forza di questa asserzione, sul piano dei sapori e delle virtù medicamentose, è verificabile ancor oggi, anzi soprattutto oggi che la coltivazione è preponderante e sostenuta da tecniche talmente invasive e chimicamente scellerate che non sono più infrequenti i casi in cui la pianta coltivata è all’origine di veri e propri avvelenamenti biologici. Come con gli hamburger.
Un facile confronto: provate a fare un’insalata con la rucola che avete raccolto voi stessi in un campo e paragonatene il gusto con quella che avete fatto cento volte con la rucola lavata e sterilizzata comprata al supermercato o anche all’erbivendolo sotto casa. Il commento che vi verrà spontaneamente alle labbra è facilmente prevedibile: “Non c’è paragone”.

Oltre che motivo di orgoglio, la coltivazione delle piante e delle erbe commestibili deve anche dirsi il risultato di una volontà politica ed economica. Risale ai tempi di Carlo Magno e del suo erede immediato Ludovico il Pio, il capitolare De Villis, ovvero una raccolta di 70 direttive per il governo e la gestione dei latifondi di proprietà dell’imperatore. Il testo è una selva di “vogliamo”: “Vogliamo che i nostri judices (massima autorità operante sul territorio) versino l’intera decima di ogni raccolto alle chiese”; “Vogliamo che ogni iudex tenga nel suo ministerio le misure dei moggi…”; “Vogliamo che ogni anno, durante la quaresima (…) facciano recapitare, come prescritto, il ricavato delle nostre coltivazioni dopo che ci avranno fatto conoscere per l’anno in corso a quanto ammonta la produzione” e così via. Preziosissima è l’ultima voce del catalogo in cui troviamo indicata “ogni possibile pianta che vogliamo sia coltivata nell’orto”, elenco che include oltre alle erbe facilmente immaginabili – come il fagiolo ed il rosmarino – il cardo, la rucola, la malva, la scilla, la cicoria, la menta, il mentastro, il papavero, la pastinaca, eccetera, ma non però la camomilla con cui ci avevano detto che le donne franche si schiarivano i capelli.

Non è che chi non veda, anche tra i più ostinati fautori del raccogliere, che l’idea di coltivare erbe di campo, che va di pari passo con l’attività (non si può dire industria) conserviera, non è affatto balzana, come non lo erano, del resto, molte delle idee che uscirono dalla capa dell’esimio imperatore, e tra le quali non figura però quella che lo condusse al ripudio di Ermengarda: ripudio che ci è costato, a dir poco, un Adelchi scritto dal Manzoni in lingua… longobarda! (cioè in un linguaggio talmente artefatto (il merti = “lo meriti”) che detrae gravemente da quel “godimento del testo” – e della sua eventuale messa in scena, come fece Carmelo Bene, ad esempio – cui si parteciperebbe volentieri, se l’Adelchi fosse stato scritto in quella lingua che lo stesso Manzoni avrebbe così felicemente, in seguito, contribuito a forgiare: l’italiano).

Leggendo il De Villis, oltretutto, si scopre che i carolingi, che saremmo propensi ad immaginare come carnivori a tutto raggio (con il biondo imperatore sempre a cavallo dietro a qualche cinghiale, come Adone e Asterix) fossero in realtà invischiati in una sorta di tresca amorosa con le piante eduli e officinali. Ne coltivavano di sicuro più di noi e si commuovevano al vederle crescere, così tenere e rugiadose, fino al punto che uno di loro, dal nome quanto mai singolare di Walafrido Strabo, ci ha scritto su delle bellissime poesie in esametri latini, e anzi un intero poemetto, un Hortulus, in sostanza, un orticello, e poco importa che l’ispirazione più che dall’odore del letame (che l’autore, peraltro, nell’incipit, ammette candidamente di maneggiare) gli venisse dal Virgilio delle Georgiche. Vi si leggono cose strabilianti a proposito, tra l’altro, del papavero.
Peccato che ad Alessandro Manzoni, che forse però si intendeva più di Longobardi che di Franchi, non sia venuta in mente quest’idea carolingia dell’orticultura. Avrebbe potuto farne parte ai contadini del contado di Lecco, stremati dalla carestia, e risparmiarsi le superpaternalistiche e umilianti (per lui) osservazioni che sciorina davanti agli occhi di Fra’ Cristoforo, nel capitolo IV dei suoi Promessi Sposi: “…la fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per il resto della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli uomini potevan vivere”. Ora questa fanciulla scarna, non si dubita che patisse la fame, ma l’insalata l’aveva certamente nell’orto (come Maramao), e se anche raccoglieva quella dei campi, lo faceva perché così era invalso da tempo immemorabile e non per recente acquisizione.

Certo è che, comunque stessero (e stiano) le cose, quest’idea carolingia del coltivare le erbe aveva sì a che fare con l’idea di un regime alimentare, ma a giudicare dalla presenza di piante non commestibili, come la scilla, ad esempio, anche con la rinnovata speranza di trovare nelle erbe rimedi alle magagne dell’organismo, insomma con la medicina. E nulla, o quasi, aveva a che fare con un programma di raffinatezza gastronomica. Per il manifestarsi di quest’ultima bisognerà attendere il Rinascimento e i suoi strascichi tipo esportazione. La distanza tra spontaneo e coltivato, sia sul piano nutritivo sia sul piano del gusto, doveva essere, oltretutto, assai minore in epoca ortolana di quanto non lo sia nella nostra epoca transgenica. Oggi, in effetti, tale distanza sembra incolmabile.

Già citato l’accenno leonardesco agli “infiniti composti” che si possono fare seguendo le formule del Platina – che a sua volta le aveva travasate da un inedito – ai tempi – manoscritto del Maestro Martino – e nelle quali, tuttavia, la distinzione tra spontaneo e coltivato è sensibilmente attutita. Nicholas Culpeper, che è medico e non pensa alla cucina, scrivendo in Inghilterra nel Seicento, nota invece la diversa efficacia officinale di ciò che cresce nei prati per conto proprio e di ciò che si fa crescere negli orti. Sul piano gastronomico la palla rimbalza di nuovo in Italia o quasi, nel senso che viene raccolta da un italiano all’estero, il modenese Giacomo Castelvetro (1546-1616), costretto all’esilio (come già lo zio Ludovico, il celebre studioso di Aristotele) dai “rabbiosi morsi della crudele et empia Inquisizione romanesca”. Nel suo Brieve racconto di tutte le radici, di tutte l’erbe, di tutti i frutti che crudi o cotti in Italia si mangiano si attenua ulteriormente la distanza tra spontaneo e coltivato e con piglio ormai decisamente culinario si pone l’enfasi, come il titolo dichiara esplicitamente, su ciò che conviene acconciare così com’è e ciò che, invece, è meglio sbollentare, lessare, gratinare eccetera. Il che significa, tra l’altro, che la pratica della coltivazione era acquisita per certe specie e quella della raccolta per altre… come voleva Teofrasto!

Castelvetro si rivolge ai suoi benefattori inglesi e, comprensibilmente, vista la sua condizione di esule, parla dell’Italia con una certa asprezza. Una volta sfogatosi, però, prende il sopravvento la nostalgia: e basta il ricordo di un sapore a fargli venir voglia di ispirare i suoi anfitrioni a cercare di riprodurlo. La molla pedagogica, direttamente collegata a quella dell’orgoglio per le proprie origini, scatta in lui osservando che pur essendosi gli inglesi, negli ultimi cinquant’anni, “apparati a seminare e a mangiare” piante che “prima erano (…) come cattive a mangiare sprezzate, e come nocive alla salute de’ corpi loro aborrite”, tralasciano tuttavia di seminarne molte altre che “pure non son men buone a mangiare né meno salutifere a’ corpi nostri”. E, anche nei casi in cui le piantano, lo fanno in realtà “non per voglia di cibarsene, ma sì più tosto spinti da vaghezza di riempire i colti loro di varie qualità d’erba”. How embarassing!

Sulla scia di questo più o meno plausibile primato italico di schietto stampo rinascimentale ed estesosi, durante il Cinquecento, dai campi noti dell’arte, della musica, della scienza politica e via discorrendo, a quello della gastronomia, il Castelvetro si mette a disquisire di insalate come del luogo specialissimo dove meglio si manifesta il talento nazionale. E siamo così scivolati, quasi senza accorgerci, al terzo ed ultimo punto importante: dopo il conflitto carno-vegetariano e dopo quello spontaneo-coltivo, ecco ora il conflitto italico-oltremontano. Sì, l’autore polemizza piuttosto con i tedeschi che con gli inglesi, parendogli forse di cattivo gusto criticare chi tutto sommato lo sostentava, ma, come si dice, sembra proprio che parli a suocera perché nuora intenda (o viceversa?). Sicché, tanto per incominciare, “non è assai l’aver molte buone erbe per fare che la insalata riesca buona”. L’importante è il know-how, la techné, la padronanza dell’arte.
“Laonde dico” continua “che conta molto a saperla lavare e poi condirla, essendo che molte cucinatrici e cuochi oltremontani, avendo l’erbe preste a lavare, quelle in un secchio pieno d’acqua (…), e dopo averle in quello un poco dimenate e slavacchiate, non le tirino fuori di là colle mani, ma colino l’acqua, il che fa che la rena, che attorno l’erbe vi sta, vi rimanga, onde nel mangiarsi poi l’insalata, si sente con non picciol noia sotto i denti…”.
Quanto poi al condire, anche qui l’operazione è complessa e non si può ridurre a gesti di ordinaria desolazione. Le erbe “bene sgocciolate e alquanto asciutte, (…) si pongono nel piatto ove prima un poco di sale sia, e in porvi le erbe vi si dèe andare spargendo sopra del sale e, dopo, l’olio con larga mano; e ciò fatto, si vogliono rivolgere molto bene con le dita ben monde, ovvero col coltello e con la forchetta, ch’è più graziosa maniera; e questo si fa acciò che ogni foglia pigli l’olio, non fare come i Tedeschi e altre straniere generazioni fanno, li quali, appresso avere un po’ poco l’erbe lavate, in un mucchio le mettono nel piatto e su vi gittano un poco di sale e non molto olio, ma molto aceto, senza mai rivolgerla, non avendo eglino altra mira che di piacere all’occhio: ma noi Italici abbiam più riguardo di piacere a monna bocca”.

È difficile dire se la superiorità italica vantata, esplicitamente, dal Castelvetro sia in qualche modo ragionevole. Si sa già, in realtà, quanto fossero ben forniti di erbe commestibili gli orti medioevali; e non solo, c’è da credere, quelli che godevano di una tutela imperiale. A questo si deve aggiungere che la più antica ricetta per insalata giunta fino a noi è stata proprio concepita in Inghilterra, intorno al 1390: “Prendi prezzemolo, salvia, i getti verdi della pianta dell’aglio, scalogni, cipolle, porri, borragine, menta, porri novelli, finocchio, crescione, ruta, rosmarino, portulaca: lavale bene. Mondale. Falle a pezzi con le mani e mescolale con olio crudo; versa aceto e sale, e poi servi”. A scriverla sono stati i maestri cuochi di Riccardo II (1367-1400), il quale oltre che per la fama di viandier e di gourmet di cui testimonia il ricettario The Forme of Cury ha acquisito celebrità presso i posteri grazie a William Shakespeare che le tragiche vicende di quel re scelse come argomendo di uno dei suoi drammi più rinomati.

Detto questo non è impensabile che, in Inghilterra, le erbe a tavola abbiano conosciuto degli alti e bassi e che il Castelvetro sia intervenuto in un momento di vento favorevole alle sue affermazioni. Il viaggiatore inglese Robert Dallington, nel suo A Survey of the Great Duke’s State of Tuscany. In the Year of our Lord 1596 aveva infatti enfaticamente segnalato (e socialmente colorato) una ventina d’anni prima che il Castelvetro la reclamasse come tipica del suo paese natale, questa predilezione italica per l’insalata: “A proposito di erbaggi basterà ch’io dica questo, che in Toscana l’insalata è il cibo più comune, ed è presente sulla tavola di quel paese come da noi il sale. Se ne ciba ogni qualità di persone, in ogni stagione dell’anno: i ricchi perché hanno di tutto ed i poveri perché non hanno altra scelta. E anche molti religiosi ne mangiano per via dei voti che hanno fatto…”.
Un’eco di questa, più o meno presunta, passione italica per l’insalata rimane forse nell’espressione Italian dressing che, negli Stati Uniti, indica un’emulsione per insalata a base di acqua, olio, aceto o succo di limone, sale, pepe, cipolla tritata, peperoni, zucchero (non sempre), più aglio, origano, finocchio o aneto. È necessario aggiungere che questo popolarissimo condimento d’oltre Atlantico è sconosciuto nel paese da cui prende il nome?

Armati di questi dubbi, rientriamo velocemente nei confini del discorso concludendo con due osservazioni di Emilio Faccioli per una sua introduzione al Brieve racconto del Castelvetro: “È tuttora comune a molti il piacere di coltivare in proprio le verdure di consumo familiare e tuttora esiste, benché sempre più raro, il diletto della ricerca camminante di erbe che crescono spontanee; esiste il piccolo vanto di saperle riconoscere e mostrarsi abili nel farne piatti d’invidiata squisitezza. (…) Erbe, frutti e radici sanno esercitare nell’animo di colui che le avverse vicende della vita hanno costretto a non poter goderne quanto vorrebbe e che solamente a nominarle, a rivederle e ad assaporarle nell’immaginazione, sente destarsi il ricordo del luogo nativo e delle consuetudini domestiche alle quali è legata tutta la dolcezza di un tempo perduto”.

[mio adattamento da L. Ballerini, Erbe da Mangiare, Mondadori]

 

…ancora la borragine 02/06/2011

Erbacea di alcuni centrimetri d’altezza, ricoperta di peluria ispida, con radice a fittone e fusto cavo, carnoso e succoso. Le foglie sono alterne, ovali, pelose e picciolate. I fiori azzurri, all’apice caulinare o dei rami, sono di cinque petali.
Predilige le zone centro-meridionali d’Italia dove forma ampie estensioni. Presente anche al Settentrione, ma in più modeste quantità.
Vive ai margini delle strade di campagna, lungo le scarpate delle ferrovie, nei campi non coltivati: spesso è presente negli orti e nelle vigne.
Si raccoglie di preferenza prima della fioritura estiva. Si usa tutta la pianta: qualora fosse fiorita si potranno spiccare le foglie più recenti.

È stata e viene ancora usata come pianta medicinale per la presenza di mucillagine, che la rende emolliente ed antiflogistica. È inoltre utile come diuretica e febbrifuga, per calmare la tosse e le infiammazioni renali.

Ricette

Frittata di borragine
500 grammi di borragine, 5 uova, 50 grammi di parmigiano grattugiato, timo, mollica di pane, latte, sale

Lessate la borragine in acqua salata, strizzatela e tenetela da parte. Sbattete le uova con il parmigiano, il timo e la mollica inumidita nel latte. Unite la borragine e cuocete rigirando fino ad ottenere una frittata spessa e morbida.

Insalata di borragine
20-30 fiori freschi di borragine, insalata verde di stagione non troppo amara, carote, mostarda, olio extravergine di oliva, succo di limone, sale, pepe

Preparate un condimento con succo di limone, mostarda, olio, sale, pepe, mescolando con cura in modo che gli ingredienti si amalgamino bene; calcolate le dosi in modo che nessuno di essi prevalga troppo. Tagliate a striscioline finissime le carote e mettetele in un’insalatiera, aggiungete l’insalata verde lavata, asciugata e spezzettata a mano. Versate il condimento e mescolate. Aggiungete i fiori di borragine e mescolate in presenza dei commensali.

Decotto di borragine
mezzo litro d’acqua, una manciata di borragine fresca, miele

Mettete l’erba tritata nell’acqua, bollite per 20  minuti e addolcite con miele a piacere.

Vino di borragine
un litro di vino bianco, 50 grammi di sommità fiorite di borragine essiccate

Fate macerare per 8 giorni i fiori di borragine ben tritati nel vino. Agitate spesso durante il periodo di macerazione, quindi colate e filtrate attraverso una tela.

 

Niaouli 02/06/2011

Filed under: ecologia,G.A.S.,natura,Niaouli,rimedi della nonna — eleonoramatarrese @ 16:04

Con il G.A.S. (Gruppo d’Acquisto Solidale) stiamo cambiando fornitore di detersivi, cosmetici, prodotti erboristici per la cura della persona e della casa. Non che l’ultimo non andasse bene, ma i prodotti erano esigui e più “da supermercato” ed invece ne ho trovato uno praticamente a Km zero e che oltre ai soliti detersivo per i piatti e bagnoschiuma fornisce anche oli essenziali, tinture madri, etc.
Tra questi prodotti più specificatamente erboristici ha colpito la mia attenzione un olio essenziale che non avevo mai sentito prima, e allora ho fatto le mie dovute ricerche, ed ecco qui la prima scheda con i consigli anche per l’utilizzo dell’olio essenziale di Niaouli.

La Melaleuca quinquenervia, comunemente noto come Niaouli o Broad-Paperbark o albero “della corteccia dell’albero del tè” è un piccolo albero di medie dimensioni della famiglia delle Myrtacee. È nativa della Nuova Caledonia, della Papua Nuova Guinea e delle coste orientali australiane, dalla Botany Bay nel New South Wales verso nord, nel Queensland e nel Northern Territory. È naturalizzata nelle Everglades in Florida.
Cresce come un albero alto fino a 20 metri, dal tronco coperto da una corteccia bianca, beige e grigio, di spessore cartaceo. Le foglie grigio-verde sono ovate ed i fiori bianchi appaiono dalla tarda primavera all’autunno.

La Melaleuca quinquenervia è stata descritta per la prima volta come parte dei Metrosideros dal naturalista spagnolo José Antonio Cavanilles nel 1797, e successivamente è entrata a far parte del genere Melaleuca con Stanley Thatcher Blake del Queensland Herbarium nel 1958.
Il nome del genere deriva da “nero” (melanos, greco antico) e “bianco” (leukos, sempre greco), e fa riferimento ai tronchi di altre piante di questa specie. L’epiteto specifico deriva dal latino quinque ”cinque” e nervo ”nervo” o “vena”, riferendosi alle foglie. Si tratta di un albero di latifoglie come l’albero del Tea Tree. In Australia viene chiamato semplicemente Paperbark Tea Tree, negli Stati Uniti Punk Tree.
È noto come Niaouli nella Nuova Caledonia.

In Australia è diffusamente coltivato anche oggi. In passato veniva utilizzato per depurare l’acqua.
In Francia è conosciuto con il nome di Gomen, perché proveniva da Gomen, nelle Indie Orientali.

Albero sempreverde con foglie lineari appuntite e fiori gialli che si riuniscono a formare un’infiorescenza a spiga. Predilige climi caldo-umidi.

L’olio essenziale si ricava dalle foglie e dai rametti giovani con il metodo della distillazione in corrente di vapore e si ottiene un liquido giallo paglierino con un profumo intenso che ricorda quello della canfora.

Antispasmodico, antisettico, espettorante, vermifugo, l’olio essenziale di Niaouli è utile in caso di sinusite, bronchite, tosse (anche pertosse), per dolori reumatici e muscolari, per le infiammazioni delle vie urinarie. Pur presentando caratteristiche simili all’olio essenziale di Eucalipto o di Cajeput, quest’essenza è indicata per curare le malattie dell’apparato respiratorio dei bambini poiché risulta più delicato.

CONSIGLI PRATICI

Per tosse e catarro:
in 200 ml di olio di mandorle dolci mettete 15 gocce di olio essenziale di Niaouli. Usate questa miscela per fare un massaggio sul petto, tre volte al giorno, e coprite con un panno caldo di lana. Mettete poi alcune gocce di olio essenziale di Niaouli nel bruciatore per essenze o in un umidificatore predisposto per le essenze. Mettete nel locale in cui riposa il malato.

Per la sinusite:
in una bacinella d’acqua bollente mettete 12 gocce di olio essenziale di Niaouli. Coprite il capo con un asciugamano e inspirate, interrompendo di tanto in tanto, finché l’acqua non sprigionerà più vapore.

Impacchi per acne e foruncolosi:
in 200 ml di acqua distillata mettete 10 – 12 gocce di olio essenziale di Niaouli. Fate impacchi sulla parte interessata, quotidianamente, per almeno un quarto d’ora. Continuate finché non vedrete miglioramenti consistenti.

Per dolori reumatici:
in 250 ml di olio di mandorle dolci mettete 40 gocce di olio essenziale di Niaouli. Usate questa miscela per massaggiare le parti dolenti, due o tre volte al giorno. Se eseguite l’operazione prima di coricarvi, coprite la parte con un panno di lana.

Per le punture di insetti:
su un batuffolo di ovatta bagnato mettete 2-3 gocce di olio essenziale di Niaouli. Applicatelo sulla puntura e tenetelo finché non si sarà attenuato il bruciore.

 

Niaouli
Melaleuca quinquenervia
Classification classique
Nom binominal
Melaleuca quinquenervia
(Cav.S.T.Blake , 1958
Classification phylogénétique
 Melaleuca quinquenervia
Règne Plantae
Sous-règne Tracheobionta
Division Magnoliophyta
Classe Magnoliopsida
Ordre Myrtales
Famille Myrtaceae
Genre Melaleuca
Angiospermes arbre8.png
Clade Angiospermes
Clade Dicotylédones vraies
Clade Rosidées
Ordre Myrtales
Famille Myrtaceae
Genre Melaleuca
Espèce Melaleuca quinquenervia
 

Borragine 31/05/2011

 

La mia vicina di casa mi ha appena regalato quintali di borragine, amorevolmente coltivata nel suo orto, di anno in anno, recuperando i semi (quindi tutto rigorosamente biologico).

La borragine, o Borago officinalis, è una pianta annuale che cresce allo stato spontaneo nei paesi mediterranei. Proveniente dall’Europa e dal Nord Africa, è naturalizzata in molte parti del Nord America.

È conosciuta per i suoi bellissimi fiori blu brillante a forma di stella.
Contiene fitoestrogeni associati con il suo uso tradizionale per aumentare il latte materno nelle puerpere e per regolare la funzione ormonale.
Questa azione riequilibratrice può avere un’influenza diretta sullo sviluppo del seno, che possiede recettori di estrogeni che attirano naturalmente gli ormoni femminili prodotti naturalmente dal corpo grazie all’effetto dei fitoestrogeni. Ma non c’è assolutamente nessun pericolo di una “overdose di estrogeni”!
I fitoestrogeni stimolano semplicemente la produzione ormonale quando questa è carente – e sono totalmente sicuri e privi di effetti collaterali, al contrario degli ormoni sintetici. In realtà, i fitoestrogeni non sono veri e propri ormoni (avete mai sentito di piante con gli ormoni?) ma solo sostanze naturali che regolano la produzione ormonale.
Stimolando la produzione di estrogeni buoni, i loro effetti sullo sviluppo del seno potrebbero essere ben visibili sin dalle prime settimane d’uso.

Altre caratteristiche e proprietà:  quest’erba è ricca di minerali essenziali quali calcio e potassio, acido palmitico e tannini, e acidi grassi essenziali Omega-6 – acido gammalinoleico (24%) e acido linoleico (38%) -, necessari ad una corretta funzione cardiovascolare e a mantenere pelle ed unghie sane.
L’olio di borragine è stato utilizzato per curare l’artrite reumatoide, eczemi, psoriasi, disfunzioni coronarie, pressione alta e colesterolo alto.

La borragine è:

- galattogena: aumenta il latte materno nelle puerpere;
- l’olio aiuta a regolare gli ormoni e ad abbassare la pressione del sangue;
- semi ricchi di acido gammalinoleico – ottimo per la pelle e per la sindrome premestruale -;
- stimolatore delle ghiandole surrenali (due piccole ghiandole poste sopra i reni e che rilasciano nel sangue vari ormoni importanti) – la borragine agisce come agente ricostituente sulla corteccia surrenale, il che  significa che rivitalizza e rinnova le ghiandole surrenali dopo trattamenti medici con cortisone o steroidi. C’è crescente bisogno di rimedi che aiutino queste ghiandole ad affrontare lo stress a cui sono esposte, sia internamente che esternamente. La borragine può essere usata come tonico per le ghiandole surrenali per un certo periodo di tempo. È quindi usata per regolarizzare le funzioni surrenali e ghiandolari;
- nervina – ricostituisce l’energia del sistema nervoso -;
- tonica – ottima per ridurre la febbre e ridare vitalità dopo una lunga malattia – grazie al suo alto contenuto di minerali;
- sia i fiori che le foglie sono ricche di potassio e calcio e quindi ottimi purificatori del sangue e tonici;
- rafforza il cuore e sostiene la funzione cardiovascolare;
- diuretica – agisce sul fegato e sui sistemi di disintossicazione grazie alla sua abilità di aumentare la secrezione di urina, e l’eliminazione di tossine e di scorie attraverso le urine;
- espettorante – agisce sul sistema immunitario e la sua reattività grazie alla sua abilità di facilitare la rimozione di secrezioni di catarro dalla mucosa broncopolmonare e causare l’espulsione di muco dal tratto respiratorio;
- erba salina e rinfrescante che cura i tessuti irritati e danneggiati – usata per curare infezioni di bocca e gola (in colluttorio) e pelle secca (in poltiglia o impacco);
- blando sedativo e calmante per il sistema nervoso – usata contro l’ansia e lo stress -;
- antidepressiva – agisce sul sistema nervoso grazie alla sua abilità di prevenire, curare o alleviare la depressione. Gli erboristi antichi la prescrivevano a questo scopo;
- anti-infiammatoria – utile contro malattie polmonari come la pleurite, e la peritonite, contiene un composto che, applicato localmente, aiuta ad alleviare condizioni infiammatorie come l’eczema;
- diaforetica – agisce sul fegato e sui sistemi di disintossicazione grazie alla sua abilità di aumentare la sudorazione e promuovere l’eliminazione delle tossine attraverso la pelle. Usata anche per assistere il sistema immunitario grazie alla sua proprietà febbrifuga (cioè l’abilità di scacciare la febbre). Un buon rimedio per raffreddore ed influenza e soprattutto durante la convalescenza. Il tè alla borragine è ritenuto ottimo per ridurre le febbri alte se preso caldo. Alla sua azione diaforetica viene anche attribuito l’effetto antidoto contro vari veleni, soprattutto di serpente ed insetto;
- blando lassativo – agisce sul sistema digestivo grazie alla sua abilità di causare l’evacuazione intestinale senza irritazioni e crampi -;
- emolliente – agisce sul sistema immunitario grazie alla sua abilità di curare e proteggere ed ammorbidire i tessuti a cui è applicata.

In cucina la borragine è un’erba con un sapore simile a quello del cetriolo.
Infatti le foglie fresche sono utilizzate nelle insalate per sostituire i cetrioli (chef avventurosi usano le foglie, appena scottate in acqua bollente, nelle insalate come sostituto per gli spinaci freschi), nelle minestre e zuppe cui aggiunge un sapore caratteristico, e per insaporire il tè freddo e bevande di frutta.

I fiori sono usati nelle torte e in altre preparazioni dolciarie come guarnizione delicata e mantengono il colore dopo la cottura al forno.

Come tisana, la borragine ha un ottimo sapore, delicato, ed effetti calmanti che la rendono perfetta come tisana della buonanotte.
I fiori possono anche essere canditi o congelati in cubetti di ghiaccio per aggiungere un tocco festivo ai punch o ai drink freddi.
Si possono anche semplicemente aggiungere freschi alle bevande. Gli antichi romani furono i primi ad usare la borragine in questo modo, aggiungendola al vino. Il vino alla borragine era ritenuto un antidoto alla tristezza!
La parola celtica borrach significa proprio “coraggio”. Infatti la borragine, aggiunta al vino, veniva usata appunto anche dai Celti per dare coraggio ai guerrieri per affrontare i nemici in battaglia.
Gli antichi Greci invece la usavano per curare i mal di testa da sbronza.
La borragine incoraggia anche l’allegria (con tutto quel vino con cui veniva usata! :D ).

Era tradizionalmente usata per decorare le case per i matrimoni. Il nome gallese per la borragine, llawenlys, significa infatti “erba della contentezza”.

Contiene alcaloidi pirrolizzidinici con attività epatotossica-genotossica e carcinogenica.
Può provocare lesioni simili a quelle della cirrosi epatica
, ma l’olio di semi di borragine ne è privo, quindi non vi sono problemi in tal senso.

 

Gelso 22/05/2011

Filed under: Uncategorized — eleonoramatarrese @ 14:38
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Una settimana fa, o forse più, ho fatto un bel giro nei campi e ho scoperto due alberi di gelsi bianchi a “confine” tra due terreni. E subito mi sono ricordata di quando, bambina, da sola mi avventurai e andai a mangiare gelsi neri direttamente dall’albero. Quando mia madre mi vide lanciò un urlo.. effettivamente, davo l’impressione di aver sgozzato con i denti un vitello (non sia mai), o che insomma perdessi sangue tra volto e mani.
Scoperto l’arcano, mi raccomandò solo di non esagerare con il mangiarne nelle ore più calde della giornata: mi avrebbero causato mal di pancia e fastidi intestinali (un po’ come farebbero le ciliegie, ed io aggiungerei col senno di poi tutti i frutti zuccherini in generale).

Poi ieri la fantastica “leonessa di Narnia” (la chiamo così ma di leonino non ha nulla, se non il cognome che per gli appassionati di C. S. Lewis sarebbe davvero una scoperta), ovvero la mia vicina-confinante, mi ha detto che nel suo campo c’è un albero di gelsi “inutilizzato”.. e mi ha invitata a raccoglierne le more. Qui è nata una mezza diatriba filo-glottologica, perché noi in famiglia abbiamo sempre detto “i gelsi” intendendo i frutti (e naturalmente “il gelso” l’albero), come per il nocciolo e le nocciole. Qui invece, complice il dialetto forse, si chiamano more. Ma allora le more come le chiamano?
Ma ecco spiegato tutto (a tutto c’è rimedio!): il nome botanico della famiglia dei gelsi è Morus, quello delle more è Rubus, così more di gelso (mi suona ancora strano ma mi ci abituerò) e more di rovo.

Ecco alcune ricette che proverò a fare con le more di gelso…

Salsa di more di gelso
500g di frutta, 1 bicchiere di aceto di vino rosso, 1 bicchiere di vino rosso
Mettere tutto a bollire mescolando frequentemente. La cottura verrà protratta fino a quando la salsa risulterà addensata. Serve per accompagnare carni bianche e insaporire pesci bolliti.

Marmellata di more di gelso
1 kg di more di gelso, 500 gr. di zucchero
Lavare le more in acqua fredda e metterle a cuocere in una pentola per lameno 15 minuti. Poi aggiungere lo zucchero e continuare a cuocere per un’ ora e mezza. A fine cottura, aggiungere la buccia del limone grattugiato. Invasare ancora calda e capovolgere i vasi.

Grappa di mora
1 litro di grappa, 100 g di more di gelso nero, 2 cucchiai di zucchero
Cospargere le more di gelso con lo zucchero e lasciatele macerare per un giorno in un recipiente capiente. Versare sui frutti la grappa e chiudere il vaso. Lasciare in infusione per 15 giorni in luogo caldo, ma non soleggiato, agitando spesso. Trasferire in cantina e lasciate riposare per altri 15 giorni. Filtrare bene e lasciare stagionare per 2 mesi prima di consumare.
P.S: Anche le more di Morus Alba possono essere usate per la preparazione di questa grappa, la quale risulterà profumata ma priva di colorazione.

Liquore di more di gelso
600 gr. di frutti, 300 gr. di zucchero, 500 gr. di alcool.
Mettere le more, lo zucchero e l’alcool in un vaso ed esporlo al sole per 4 giorni, agitandolo ogni tanto per far sciogliere lo zucchero. Mettere quindi il vaso al buio in un luogo asciutto per 40 giorni. Prima di consumare il liquore, è bene lasciarlo invecchiare per due mesi.

 

Coriandolo 21/05/2011

Filed under: cibo,cucina,ricette,rimedi della nonna,semi,semi — eleonoramatarrese @ 17:35

Il coriandolo (Coriandrum sativum), prezzemolo cinese conosciuto anche con il nome spagnolo cilantro, è una pianta erbacea annuale della famiglia delle Apiaceae (o Umbelliferae).
Appartiene alla stessa famiglia del cumino, dell’aneto, del finocchio e, naturalmente, del prezzemolo.
Coriandrum è una parola latina citata da Plinio (nella Naturalis Historia) che ha le sue radici nella parola greca corys o korios (cimice), seguita dal suffisso -ander (somigliante), in riferimento alla supposta somiglianza dell’odore emanato dai frutti acerbi o dalla pianta spremendo o sfregando le foglie.

I fiori sono bianchi, riuniti in infiorescenze ad ombrello. I frutti sono diacheni aromatici.

Nelle civiltà mediterranee il coriandolo trovò impiego fin nell’antichità come pianta aromatica e medicinale; in alcune tombe egizie viene raffigurato come offerta rituale. Il suo utilizzo da parte dei Micenei è attestato nelle tavolette in lineare B, dove appare definito già come ko-ri-a-ndo-no.
I Romani lo utilizzarono moltissimo ed Apicio ne fa la base di un condimento chiamato appunto Coriandratum.
Secondo Plinio (Naturalis Historia, XX, 82) mettendo alcuni semi di coriandolo sotto il cuscino al levar del sole si poteva far sparire il mal di testa e prevenire la febbre.
Dai semi rivestiti di zucchero prendono nome i coriandoli di Carnevale, in un secondo momento palline di gesso, ora dischetti di carta multicolori.

Del coriandolo si utilizzano soprattutto i frutti che nascono in giugno/luglio.
La raccolta delle ombrelle, recise insieme al loro gambo, deve avvenire al mattino presto quando il coriandolo è ancora umido di rugiada. Vanno quindi essiccate subito altrimenti con il tempo perdono molte proprietà. Le ombrelle vengono quindi riunite in mazzi ed appese in luoghi ombreggiati, quando sono ben essiccate si battono all’interno di un sacchetto per separare i frutti dai peduncoli che li sostengono. I frutti si conservano poi in recipienti di vetro. I semi si dovrebbero conservare interi poiché la polvere di coriandolo perde aroma molto facilmnete.

Nonostante il coriandolo sia originario dei paesi del Mar Mediterraneo, le foglie fresche ed i semi essiccati vengono utilizzati prevalentemente dalle cucine indiana e latino-americana. In Europa oggi è tornato in auge al seguito di quelle culture culinarie.
Numerosissimi sono gli impieghi culinari del coriandolo. Entra nella preparazione di alcuni salumi, insaporisce carne, pesce e verdure, ma profuma anche biscotti, confetti, ed il pampepato; i semi vengono utilizzati come spezia. Questi sono meno piccanti delle foglie, sono dolci con un lieve sapore di limone. Macinati, i semi di coriandolo costituiscono uno degli ingredienti del curry e del garam masala.
Le foglie, in Oriente, sono utilizzate al posto del prezzemolo.
A Tenerife si usa nel Mojo Verde (salsa). In passato, in Italia, lo si trovava nella mortadella.
Nella città di Monte San Biagio ed in alcuni paesi sulla costa jonica della Basilicata il seme di coriandolo viene utilizzato per condire l’impasto della salsiccia.

Le radici vengono utilizzate in particolare nella cucina thailandese per preparare un condimento di base insieme a aglio e pepe.

In erboristeria può essere utilizzato come infuso contro i dolori di stomaco ed è consigliato anche per problemi di aerofagia e per le emicranie; aiuta la digestione ed ha una funzione antidiarroica.
In Sri Lanka le popolazioni tamil utilizzano i frutti per la preparazione di un decotto che, dolcificato con il miele, si assume per alleviare la tosse.

Le prime foglie del coriandolo si possono raccogliere già dopo il primo mese dalla semina. Io le ho raccolte e sistemate in freezer, e le utilizzo come condimento all’occorrenza.

Ama frequenti innaffiature (io tendo ad innaffiarlo quando la terra nel vaso è secca), e ama un’esposizione non molto assolata.
Non presenta problemi particolari e, come molte altre piante aromatiche, non fa parte del menù dei comuni insetti.

 
 

Vino aromatizzato alle foglie di salvia 21/05/2011

Filed under: autoproduzione,autosufficienza,cucina,faidate,ricette — eleonoramatarrese @ 16:59

Vino aromatizzato alle foglie fresche di salvia

Ingredienti: un litro di vino, 30 grammi di foglie fresche di salvia, 5 grammi di scorza di limone

Lavare la salvia sotto acqua corrente e metterla ad asciugare su un canovaccio.
Lavare il limone, sbucciarlo avendo cura di eliminare la parte bianca, che conferirebbe al vino un gusto amarognolo (io utilizzo lo strumento per pelare le carote e le patate) e pesarne 5 grammi.
Porre la scorza di limone e la salvia in un vaso di vetro a chiusura ermetica, aggiungere il vino e mescolare.
Lasciar macerare il tutto in un luogo fresco e buio per 10 giorni, avendo cura di agitare il vaso una volta al giorno.
A questo punto filtrare il macerato attraverso un colino a maglie sottili, ed imbottigliare.
Il vino è già pronto per essere degustato.

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Vino aromatizzato alle foglie secche di salvia

Ingredienti: un litro di vino (bianco secco, preferibilmente), 30 grammi di foglie di salvia essiccate e triturate.

Porre le foglie di salvia in un vaso di vetro a chiusura ermetica e aggiungere il vino. Lasciar macerare il tutto in un luogo fresco e buio per 10 giorni, avendo cura di agitare il vaso una volta al giorno. Filtrare il macerato attraverso un colino a maglie sottili e imbottigliare.
Il vino è già pronto per essere degustato.

 

Il menù dell’isola 24/02/2011

Filed under: cibo,cucina,ricette,semi,semi,tradizioni — eleonoramatarrese @ 11:54

Un’antica leggenda narra che quando la Venere tirrenica nacque dalle onde del mare si ruppe il gioiello di cui la dea era adorna. Il diadema e le sue gemme caddero in acqua trasformandosi nell’Elba e nelle altre isole dell’Arcipelago Toscano.

Il menù dell’isola nasce dal contatto con l’isola d’Elba ma, più in generale, nasce dal contatto con il mondo isolano, così particolare e cangiante, circondato dalle acque, un piccolo mondo in un mondo più grande, dove la natura si rivela in tutto il suo splendore e differenze e dove è possibile sentire meglio la nostra appartenenza alla vita.

Migliaccio
Il migliaccio è un antico piatto della Toscana, principalmente realizzato in tempi più remoti con la farina di miglio, mentre in tempi più recenti veniva fatto quasi esclusivamente con la farina di castagne. Questa è la versione originale con la farina di miglio.

Ingredienti: 400 grammi di farina di miglio, acqua, sale.

Stemperare nell’acqua la farina con un pizzico di sale. Raggiunta la giusta consistenza morbida e cremosa come per le crêpes, lasciare riposare l’impasto per almeno un’ora. Dopo aver unto una padella, deporvi qualche cucchiaino di pastella, quel tanto che basta a coprire il fondo di uno strato sottile. Realizzare una cottura croccante girando ripetutamente il migliaccio. A seconda dei gusti la variante può essere l’aggiunta di verdura da campo, passando alla versione dolce, la marmellata di frutta.

Minestra di finocchi e verdure
Ingredienti: 500 grammi di fagioli cannellini secchi, una cipolla grossa, due mazzi di erbe di campo: finocchio selvatico, radicchio, lattughino, cicoria ed altre; 60 grammi di polpa di pomodoro, 350 grammi di riso integrale, olio extravergine d’oliva, sale e peperoncino a piacere.

Mettere a mollo i cannellini per 12 ore. Passato il tempo dell’ammollo, cuocerli con una foglia di alloro ed una foglia di alga kombu. Rosolare la cipolla nell’olio aggiungendo, appena dorata, la polpa di pomodoro. Continuare la cottura ed unire tutte le erbe tagliate grossolanamente. Passare i fagioli ed unirli agli altri ingredienti in pentola, aggiustare con il sale ed il peperoncino. Aggiungere il riso e lasciar cuocere a fuoco molto basso per un quarto d’ora facendo attenzione che il liquido non si asciughi troppo. Servire caldo.

Bordatino
Ingredienti: due litri d’acqua, 350 grammi di farina di mais per polenta integrale, due mazzi di cavolo nero, due cipolle, 60 grammi di polpa di pomodoro, sale, olio extravergine d’oliva.

Cuocere la cipolla tagliata a fettine nell’olio con un cucchiaio d’acqua. Aggiungere la polpa di pomodoro, far insaporire e poi mettere il cavolo nero tagliato sottile. Se ci fosse il bisogno, aggiungere ancora un bicchiere d’acqua. Quando il cavolo è ben stufato, versare i due litri d’acqua e salare. Quando il tutto è sul punto di bollire, aggiungere la farina di mais, facendo attenzione che non si formino grumi. Continuare la cottura a fuoco lento per circa 45 minuti, rimescolando sempre con una frusta o un cucchiaio di legno. Se sul finale della cottura il preparato dovesse risultare troppo denso, si può aggiungere ancora acqua, rigorosamente bollente. Servire caldo. Si possono fare dei crostini alle erbe fresche per accompagnare.

Panzanella deliziosa
Ingredienti: 600 grammi di pane, 350 grammi di tofu affumicato, 10 olive nere denocciolate, 4 pomodori maturi, un mazzetto di cipolline fresche, un cetriolo medio, 6 foglie di basilico, un cucchiaino di peperoncino fresco tagliato a pezzettini, un bicchiere di aceto di mele, olio extravergine d’oliva, sale, acqua.

Mettere a bagno per mezz’ora il pane con acqua, sale e aceto, facendo attenzione che si inzuppi bene. Il pane, strizzato bene, va poi leggermente sbriciolato in una zuppiera aggiungendo man mano gli altri ingredienti tagliati a pezzi piccoli. Per ultimo aggiungere il tofu affumicato tagliato a tocchetti. Condire gli ingredienti come per un’insalata aggiungendo con attenzione e soltanto se serve del sale e del peperoncino.

Olive nere con il pesto
Ingredienti: 400 grammi di olive nere, qualche rametto di finocchio selvatico, aglio, peperoncino, sale grosso, olio extravergine d’oliva.

Seccare le olive nere mature, lasciandole sotto il sole per alcuni giorni, o per far prima passarle in forno (o, se si ha, l’essiccatore). Una volta aggrinzite, scottarle in acqua calda per qualche secondo e farle asciugare su di un canovaccio. Preparare un pesto fatto con aglio, finocchio selvatico, peperoncino e sale grosso. Aggiungere al pesto le olive e riporre il tutto in un recipiente di vetro o coccio ultimando con un’altra spolverata del pesto ottenuto insieme ad un cucchiaio di olio extravergine d’oliva.

Schiaccia briaca
Ingredienti: un kg. di farina integrale, 400 grammi di zucchero di canna integrale, 250 grammi di noci, 150 grammi di uvetta, 150 grammi di mandorle, 200 ml. di olio extravergine d’oliva, un bicchiere di succo di mirtilli, un bicchiere di Aleatico, un cucchiaino di vaniglia in polvere.

Fare la fontana con la farina e unire gli altri ingredienti secchi, lasciando un cucchiaio di zucchero da usare per spolverare la schiaccia. Impastare bagnando con l’Aleatico quel tanto che basta per ottenere una pasta omogenea di consistenza simile alla pasta per gli gnocchi. Dividere l’impasto in tre parti ed infornare in tortiere oleate ed infarinate. Cuocere a 180° per 30-40 minuti e ad un terzo della cottura spolverare con lo zucchero tenuto da parte e bagnarla con il succo dei mirtilli.

Imbollita di fichi
Ingredienti: 500 grammi di fichi secchi, un litro d’acqua, 30 grammi di anice, la scorza grattugiata di due arance, 500 grammi di farina di farro integrale, poco sale.

Far bollire i fichi secchi spezzettati in un litro d’acqua insieme all’anice ed alla scorza di un’arancia grattugiata. Aggiungere il sale e far bollire per 15 minuti. Aggiungere parte della farina a pioggia (circa 300 grammi) continuando a girare con un cucchiaio di legno. Far cuocere fino ad impasto asciutto. Stendere l’impasto su una spianatoia infarinata. Incorporare il resto dell’anice e la rimanente scorza d’arancia tritata finemente. Formare delle piccole schiacce spesse 2 o 3 centimetri e larghe come il palmo di una mano. Infornarle in una teglia asciutta, girandole ogni tanto. Per raggiungere una buona cottura, lasciare in forno per 30 minuti circa.

[sta in Terra Nuova, maggio 2009, di Elisabeth de Souza Nunes, pagg. 20-22]

 

Crudo, che passione!! 23/02/2011

Filed under: cambiamento,cibo,crudismo — eleonoramatarrese @ 17:25
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L’idea del crudismo può spaventare perché i condizionamenti culturali riguardanti la necessità di cuocere i cibi sono fortissimi. Ma non è obbligatorio diventare crudisti al 100%: già un aumento delle verdure crude basterebbe per avere dei benefici significativi.

Ormai da milioni di anni l’uomo civilizzato, o almeno definito tale, cuoce i propri pasti. Tuttavia, negli ultimi tempi molti nutrizionisti hanno puntato il dito contro le cotture prolungate e scorrette, soprattutto bollitura e stufatura prolungate. Anche vari studi hanno confermato i rischi connessi ad un eccessivo riscaldamento dei cibi e ad una cottura sbagliata. Ecco perché potrebbe essere utile una rivalutazione del crudismo, almeno parziale ma significativa.
I primi crudisti furono i nostri lontani antenati, per necessità, ma all’inizio del Novecento vari studiosi sottolinearono l’importanza dei cibi crudi e vitali.

I pionieri del crudo
Il primo fu probabilmente Maximilian Bircher-Benner (1867-1939), un medico svizzero che si curò l’itterizia con mele crude e che verificò il valore di questa dieta, ben digeribile e ben tollerabile, anche su altri pazienti con serie problematiche di digestione. Fu così che il medico cominciò una rivalutazione dei cibi crudi: si deve proprio a lui il celebre muesli.

Anche il medico di origine tedesca Max Gerson (1881-1959) ebbe un percorso simile. Sofferente di mal di testa, Gerson volle cercare una soluzione alimentare. Una dieta di solo latte peggiorò la situazione, ma un’altra a base di mele crude si dimostrò risolutiva. Il medico consigliò la frutta cruda a pazienti affetti da varie malattie, anche serie, e notò un miglioramento. Intuì allora che il cibo crudo restituiva all’organismo la capacità di autoguarigione. Da parte sua, il dentista americano Weston Price girò per il mondo per scoprire come vivevano i cosiddetti “primitivi” e le popolazioni isolate. Si accorse che questi non conoscevano malattie degenerative di nessun tipo, nemmeno la carie. Dai suoi studi emerse che presso tutte queste popolazioni la dieta aveva caratteristiche comuni: cibi semplici, freschissimi, senza sostanze chimiche e per lo più crudi. Insomma in netto contrasto con una dieta a base di alimenti raffinati, trattati chimicamente e cucinati troppo.
Tutti e tre i pionieri concordavano quindi sull’importanza del cibo crudo, e non erano i soli. Eppure rimasero per lo più inascoltati. In realtà, il crudismo rivela molti punti di forza.

Avvicinarsi al crudismo
L’idea del crudismo può spaventare perché i condizionamenti culturali riguardanti la necessità di cuocere i cibi sono fortissimi. Ma non è obbligatorio diventare crudisti al 100%: già un aumento delle verdure crude basterebbe per avere dei benefici. Secondo Bircher-Benner basterebbe il 50%, mentre per il dottor Guiseppe Cocca, esperto di crudismo e di digiunoterapia (www.vivocrudo.it), la percentuale dovrebbe salire al 70.
Il medico propone un avvicinamento graduale al crudismo – ancora più progressivo per i vegani, il cui equilibrio è più delicato -. “A volte la transizione è difficile” spiega Cocca “ed è necessario qualche aggiustamento, perciò serve la gradualità; ma poi si ha un aumento dell’energia e un arretramento dell’età biologica, una vera e propria inversione dell’invecchiamento”.
Vale quindi la pena adottare questa scelta alimentare, da lui definita “uno strumento per stare bene”, necessaria per restituire energia all’organismo: “mangiando male si richiede più energia per digerire, perciò ne resta meno per le altre funzioni: la vita e la pulizia degli organi”.

Ecco perché dovremmo capovolgere la nostra immagine di un primo piatto seguito da un secondo con contorno e trasformare quel contorno in un piatto forte: verdure crude, frutta e semi oleosi devono essere i veri protagonisti, e il resto solo un contorno. Già un’insalata abbondante prima del pasto favorisce la digestione dei cibi che si assumeranno in seguito. Importante anche l’apporto di germogli e semi oleosi; volendo, il tutto può essere completato da latte e formaggio crudi, tuorlo crudo; per i non vegetariani, anche pesce e carne crudi, adeguatamente trattati.
Per quanto riguarda l’impiego della frutta, Cocca fa alcune raccomandazioni. Prima di tutto, la frutta di cui disponiamo oggi è molto cambiata rispetto agli albori dell’umanità: è più zuccherina e meno vitaminica, mentre allora era piccola, acidula, molto vitaminica e ricca di semi. Perciò non si può più pensare di farne l’alimento base quotidiano. L’altra considerazione riguarda le modalità di consumo. La frutta, spiega il medico, è un alimento esplosivo che concentra molta energia, perciò va consumata lontano dai pasti, altrimenti si ferma nello stomaco, gonfia e fermenta. Quindi l’ideale è mangiarla prima dei pasti principali, ed evitarla comunque se l’intestino non è sgombro.

Opinioni crudiste
La dottoressa Laura Gogioso, specialista in scienze dell’alimentazione, ritiene che nel crudismo ci siano molti aspetti positivi e qualche limite: a suo parere, infatti, il crudismo vegano non riesce a soddisfare il bisogno di proteine, e lei consiglia infatti anche integrazioni di pesce crudo. Un po’ diversa invece la posizione del dottor Luciano Proietti, pediatra che si occupa di ricerche sulla nutrizione non convenzionale (vegetariana, macrobiotica, vegana, etc.) in età pediatrica. Secondo Proietti il crudismo vegano è fattibile, con l’apporto di semi oleosi (che coprono il fabbisogno di grassi), oltre che di cereali e legumi germogliati. Però non si può prescindere da un’integrazione di vitamina B12. Tuttavia il medico sconsiglia di protrarre a lungo una dieta strettamente vegana.

Spazio al crudo
Per chi vuole dare più spazio al crudo, ecco le raccomandazioni di Laura Gogioso. La mattina si comincia con una crema Budwig. Per gli spuntini di mattina e pomeriggio va benissimo la frutta fresca o secca. I pasti si aprono con abbondanti porzioni di verdure crude, essenziali per facilitare la digestione. Fondamentale anche l’apporto fornito dai germogli. Si possono consumare cibi cotti, ma con attenzione alle modalità di cottura perché, spiega la Gogioso, “tutto ciò che si cuoce troppo non è digeribile e provoca tutta una serie di problemi, a cominciare da quelli immunitari”.
Perciò spazio a cotture leggere e senza grassi – da aggiungere alla fine -.
Anche chi soffre di colite può avvantaggiarsi del crudismo, a patti che prima sfiammi l’intestino. All’inizio, la dottoressa consiglia un paio di settimane con centrifugati freschi, che hanno un basso contenuto di fibre. “Bisogna riabituare l’intestino a piccole dosi” spiega. “Queste fibre sono prebiotici che all’inizio provocano fastidi, gonfiori e malesseri. E poi, mangiando più verdure, bisogna bere di più perché le fibre vanno idratate bene, altrimenti danno fastidio”.
Infine, non dimentichiamo di masticare a fondo le verdure crude perché solo così vengono assimilate bene dall’organismo.

Genealogia crudista
La crema Budwig è un vero e proprio minipasto tutto crudo e rappresenta una colazione eccezionale. È stata ideata negli anni Cinquanta dalla dottoressa Catherine Kousmine, che la elaborò sulla base di due colazioni “crude” nate negli anni precedenti: quelle di Maximilian Bircher-Benner – presso la cui clinica era stata internista – e quella dell’amica Johanna Budwig, farmacista, alla quale fu dedicata. In sostanza, la crema Budwig rappresenta la sintesi delle due colazioni.
Birchermuesli: latte, fiocchi di avena, succo di limone, nocciole, mela grattugiata.
Linomel della dottoressa Budwig: miele, latte crudo, olio di lino, formaggio magro, frutta e succo di frutto, semi di lino macinati di fresco.
Crema Budwig: ecco la versione “rimodernata” della crema Budwig, da fare nel frullatore: una banana piccola o due cucchiaini di miele, un frutto di stagione, mezzo limone, un cucchiaio di cereali crudi (avena, saraceno, orzo o riso) macinati al momento, un cucchiaio e mezzo di semi di lino macinati al momento, una manciatina di semi oleosi crudi (noci, nocciole, mandorle…), quattro cucchiai di yogurt o di formaggio magro.

Gli enzimi
Sono la forza vitale dei cibi: grazie a loro la frutta matura e i semi germogliano.
Se sottoposti ad un riscaldamento superiore a 45° si distruggono e, dato che sono necessari per la digestione, l’organismo deve intervenire con i propri, diminuendo così le riserve.
Da qui il rischio di indebolirsi e di ammalarsi, e la necessità di inserire nella dieta più cibi crudi che si può.

Roba da crudisti
Per chi vuole dedicarsi al crudismo ci sono alcuni elettrodomestici che possono rivelarsi molto utili per variare i menù quotidiani. Uno è l’essiccatore, con cui si può far seccare la frutta a bassa temperatura e preparare semplici dolci: utile anche per il pane degli esseni (vedi ricetta).
L’altro è l’estrattore di succhi, con cui si può “spremere” l’erba di grano e preparare squisite creme spalmabili o gustosi gelati senza zucchero.


RICETTE

Il pane degli esseni
Gli esseni, setta ebraica vissuta nel II secolo d.C., sono considerati precursori del crudismo.
Questo pane è facilmente realizzabile disponendo di un essiccatore o di un forno elettrico a basse temperature; in caso contrario bisogna sperare in una calda giornata asciutta.
Fate germogliare 250 grammi di kamut o di farro. Tritateli finemente, meglio se con un tritacarne perché così si ottiene una pasta liscia. Impastate il composto aiutandovi con un po’ d’acqua e stendetelo con le mani in una teglia ricoperta con carta da forno. A questo punto dovete farlo asciugare in forno per varie ore ad una temperatura di 45° circa, oppure in un essiccatore. Potete anche esporre la teglia al sole, se questo è abbastanza forte.

Torta libica
150 grammi di datteri snocciolati; 100 grammi di noci sgusciate; 200 grammi di fichi secchi; due cucchiai di miele; un cucchiaino di semi di anice
Spezzettate la frutta secca e mettetela nel vaso di un mixer. Tritatela bene. Mescolatela poi con il miele e l’anice. Radunate il composto in una ciotola e lavoratelo finché non diventa pastoso. A questo punto foderate una teglia con carta da forno e distribuitevi il preparato. Ricoprite con carta da forno e disponete un peso sulla superficie del dolce. Lasciate riposare per qualche ora prima di tagliare la torta a quadretti e di gustarla con un infuso di scorze di mela.

Infuso di mela e menta
Mettete a bagno in acqua tiepida un po’ di bucce di mela bio per una notte e qualche foglia di menta fresca spezzettata. La mattina successiva filtrate.

Castagnaccio crudo
300 grammi di farina di castagne, 60 grammi di pinoli sgusciati, tre cucchiai di miele, due cucchiai di olio extravergine d’oliva, sale q.b.
Mescolate la farina di castagne con 300 ml. circa di acqua ed il miele. Dovete ottenere un impasto più sodo di quello che si fa comunemente; se è troppo sodo unite ancora poca acqua, se è un po’ morbido aggiungete un po’ di germe di grano. Foderate una teglia con carta da forno e stendetevi il composto aiutandovi con le mani. Lasciatelo asciugare al sole per varie ore, girandolo qualche volta. Alla fine tagliatelo a quadretti e servitelo.

[tratto da Terra Nuova, maggio 2009, pagg. 16-18; di Giuliana Lomazzi]

 

La rete italiana per l’ecologia profonda 22/02/2011

È nata a gennaio la Rete Italiana per l’Ecologia Profonda.

Esistono in Italia numerosi soggetti che divulgano i principi dell’Ecologia Profonda e li applicano nella società e negli stili di vita personali. Lo scopo della Rete è di rendere sinergiche le diverse attività e costituire un punto di incontro non solo filosofico ma anche umano. Alla Rete ha aderito la maggior parte delle Associazioni  e delle Persone singole, che si riconoscono in questi principi.

L’Ecologia Profonda (o Ecosofia) è un movimento filosofico e di pensiero, una visione del mondo che richiede un profondo rispetto per tutti gli esseri senzienti (e quindi anche gli ecosistemi) e per tutte le relazioni che li collegano fra loro e al mondo cosiddetto “inanimato”. Non assegna alla nostra specie un valore distaccato e particolare, ma la considera completamente parte della Natura. Vede la Terra come l’Organismo cui apparteniamo.
Il fondatore del movimento in Occidente è stato il filosofo norvegese Arne Naess, che usò il termine per la prima volta in un articolo del 1972 (The shallow and the deep).

Sono caratteristiche dell’Ecologia Profonda:
- il riconoscimento della sacralità della Terra e della Vita e della ricerca di una esistenza degna per ogni essere senziente. Il primo valore è il benessere dell’Ecosistema, da cui consegue anche quello dei componenti, e quindi il nostro;
- una visione sistemica del mondo, la necessità di non spezzettare l’universale e di evitare di cadere nei dualismi tipo mente-materia, Dio-il mondo, uomo-natura e simili; l’idea che l’intero è più della somma delle sue parti;
- la visione dell’ecologia come il sentimento profondo che ci dice che tutto è collegato, che non possiamo danneggiare una parte senza danneggiare il tutto, che facciamo parte di un unico Organismo (l’Ecosistema, o la Terra) insieme a tutti gli altri esseri viventi.
- il ritenere che per salvare il pianeta (e la sua vita) sempre più assalito, rapinato, avvelenato a causa dei comportamenti dell’ homo sapiens, che si ritiene arbitro e padrone assoluto del mondo, occorre un cambiamento di rotta. Occorre un nuovo paradigma culturale, fondato sui principi del limite e della sobrietà. L’impatto dell’uomo sul pianeta deve ridursi, attraverso la diminuzione della popolazione e dei suoi consumi. Deve diminuire lo stress che comporta l’attuale modello di vita. Deve diminuire lo spreco di risorse;
- l’importanza attribuita alla crescita delle coscienze, al recupero della spiritualità, al ritorno al legame profondo, offuscato dal materialismo consumista e dall’urbanizzazione, che ci unisce a tutti gli esseri viventi e che si percepisce nel contatto diretto con la natura selvaggia e incontaminata.

La Rete Italiana per l’Ecologia Profonda è quindi una aggregazione di persone che convengono che la vita sulla terra è un unicum e l’uomo è una specie come tutte le altre. Convengono anche che per salvare il pianeta (e la sua vita) occorre un cambiamento di rotta. Tale cambiamento può essere indotto dalla crescita delle coscienze, da una visione che mette il benessere degli ecosistemi al centro di tutto e da un sostanziale cambiamento del modello economico e sociale imperante.

Il legame tra Ecologia profonda e Decrescita felice è molto forte. Le idee dell’Ecologia Profonda sono il presupposto filosofico per comprendere il senso di quelle modifiche del pensiero generale che sono in grado di portare, sul piano pratico, prima a una decrescita economica e poi a una situazione stazionaria, quindi a salvare la Terra dai gravissimi pericoli che sta correndo attualmente. Di converso la Decrescita felice costituisce la attuazione sul piano economico e sociale dei principi dell’Ecologia profonda. Il termine felice inoltre sta a sottolineare anche l’assonanza relativa al convincimento che una nuova visione renda la vita migliore e più soddisfacente per tutti gli esseri viventi del pianeta, uomo compreso!

La Rete si è anche dotata di un sito internet

https://sites.google.com/site/reteitalianaecologiaprofonda/

e di una pagina Facebook “Rete italiana ecologia profonda”.

La Rete è a disposizione di quanti fossero interessati ad approfondire il tema, anche per presentazioni e seminari.

 

 

 
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